> Speciale
> 9th
Pusan International Film Festival
PIFF 2004: Buona la nona, avanti con
la decima di Davide Cazzaro
Osservazioni, appunti e riflessioni
a mente fredda sulla nona edizione del Pusan International
Film Festival (PIFF). Un altro anno all'insegna della crescita
per un evento che ha già annunciato gli ambiziosi progetti
per festeggiare la decima edizione.
- Senzazioni. Ha scritto Darcy
Paquet: "Per i cinefili che vivono in Corea del Sud, il PIFF
è diventato un appuntamento fisso nel calendario: sia come
qualcosa da attendere che come un evento in grado di segnare
il passare del tempo, un po' come Natale. Ogni anno un gran
numero di registi, giornalisti, produttori ed altri delegati
internazionali scendono a Pusan per ritrovarsi, vedere nuovi
film asiatici e lavorare. Allo stesso tempo, folle di giovani
coreani con una sorprendente passione per il cinema mondiale,
riempiono le sale e le strade rendendo l'atmosfera festiva
e vivace".
- Numeri. 7-15 ottobre 2004. 266 lavori (scesi a 292
causa quattro rinunce) provenienti da 63 paesi suddivisi in
9 sezioni. 17 sale per un totale di 10.643 posti a sedere.
166.164 spettatori (in leggera crescita rispetto all'anno
scorso) e un numero record di ospiti: 5638 (nel '96, ci piace
ricordarlo, erano stati 224).
- Organizzazione. Il festival ha infittito ulteriormente
il calendario toccando i 262 lavori ma è riuscito ad evitare
i deliri organizzativi di cui ha dato gran sfoggio l'ultima
Mostra di Venezia. Malgrado la vicinanza all'evento lagunare,
con ben 39 anteprime mondiali e 16 anteprime internazionali
il festival può ormai dirsi in grado di aprire il nuovo calendario
annuale delle manifestazioni cinematografiche di prestigio.
- Problemi. Nella pur molto efficiente macchina organizzativa
stonano due problemi che, stranamente, non sono stati risolti
nemmeno in questa edizione. Malgrado le rassicurazioni dello
scorso anno, la reperibilità dei biglietti è, se possibile,
ulteriormente diminuita e il festival continua a non farsi
carico dell'organizzazione delle interviste con gli ospiti
coreani più prestigiosi. Ci sembra dunque il caso di dirlo
a chiare lettere con la speranza che la decima edizione ponga
fine a tali disagi prettamente pratici ma non per questo trascurabili:
un festival del prestigio e delle dimensioni di Pusan deve
ritagliare degli spazi (la Cinemateque Pusan?) per le proiezioni
stampa ed industry, il cui numero attuale è nettamente insufficiente.
- Film. In un anno in cui quasi tutti i festival più
prestigiosi hanno scommesso su Hollywood, Pusan ha continuato
a preferire altre latitudini presentando, ad esempio, un maggior
numero di opere provenienti dall'Africa e dall'America Latina.
Gli organizzatori si sono detti dispiaciuti per l'assenza
di opere nord-coreane, invitate nel tentativo di proseguire
il discorso iniziato nel 2003 e di incentivare gli scambi
con il Pyongyang International Film Festival, ma stando alle
fonti di Pusan, per ragioni imprecisate le autorità del Nord
hanno rifiutato di partecipare. L'apertura è stata affidata
alla versione finale di 2046, con cui Wong Kar Wai
ha fatto ritorno a Pusan per la terza volta dopo il '97 e
soprattutto dopo aver chiuso la manifestazione del 2000 con
In the Mood for Love. Rispetto alla versione in progress
mandata all'ultimo secondo a Cannes, il "nuovo" 2046
è più lungo di circa dieci minuti e contiene la revisione
di alcune scene, la rimasterizzazione della colonna sonora
e l'implementazione della computer graphic. Un sequel atipico,
come solo Wong poteva realizzare, affascinante e complesso,
salutato con applausi scroscianti alla fine della proiezione
nel gigantesco teatro all'aperto, esaurito in tutti gli ordini
dei posti. Tutt'altro che memorabile invece il film di chiusura,
The Scarlet Letter di Daniel H. Byun, maldestro tentativo
di fondere una detective story con relazioni d'amore lecite
ed illecite, punteggiato da irritanti riferimenti colti della
cultura europea (specialmente nel commento musicale) e capace
di toccare punte di umorismo involontario. L'unica sezione
competitiva del festival (riservata alle opere prime e seconde
di registi asiatici), New Currents, ha dato spazio
a ben nove esordi su dodici opere ed ha presentato tre film
coreani. This Charming Girl di Lee Yoon-ki, meritato
vincitore del concorso, è stata una delle sorprese più gradite
della nona edizione. Lee, che ha già in cantiere altri due
film con la rinnovata casa di produzione LJ Film, regala un
memorabile ritratto di un'impiegata postale segnata dalle
ferite del passato. Una cifra stilistica molto personale caratterizzata
da primi e primissimi piani , un ritmo molto lento e brusche
accelerazioni di montaggio tratteggia al meglio la monotonia
quotidiana e i conflitti interiori della protagonista, interpretata
magistralmente dall'attrice televisiva Kim Ji-soo. Un regista
esordiente da seguire nelle prossime prove e un film già sicuro
protagonista di qualche festival occidentale nel 2005. Interessante
ma certo non senza sbavature gli esordi di Noh Dong-seok con
My Generation e di Kim Soo-hyun con So Cute. Il primo
film, girato in digitale e già presentato al Jeonju International
Film Festival ad aprile, è segnato da un finale molto incisivo
ma, in generale, la voglia di descrivere l'alienazione ed
il disagio di un'intera generazione non aggiunge nulla di
nuovo rispetto alle decine di titoli internazionali sul tema.
Ad onor di cronaca riportiamo che il film ha incassato il
parere entusiasta di Lee Chang-dong. So Cute è un film
unico nella storia del cinema coreano. Lo sguardo divertente
e divertito sui bassifondi delle città, il sapore dichiaratamente
kusturicano di alcune scene e l'irresistibile debutto attoriale
di Jang Sun-woo - impegnato nella parodia di se stesso - fanno
del film un altro debutto da tenere d'ochio. Peccato per la
lavorazione molto problematica (il film è targato Tube Entertainment)
e per i molteplici rimontaggi cui il film è stato sottoposto
alla ricerca di una versione definitiva. A seguito di ciò
il plot risulta piuttosto sconnesso ed il suo svolgimento
gradualmente più farraginoso. L'offerta annuale Korean
Panorama non sarà certo annoverata tra le migliori di
sempre: misteriose alcune assenze - Spider Forest di
Song Il-gon, The Green Chair di Park Chul-soo e Road
di Bae Chang-ho, per citare le più vistose - e, opere paludate
a parte (Old Boy, 3-iron ecc.), i vari The Bad Utterances
di Cho Beom-koo, My Mother, the Mermaid di Park Heung-sik,
R-Point di Kong Soo-chang e Someone Special di Jang Jin hanno
lasciato più di una perplessità. A nostro parere alcuni documentari
della sezione Wide Angle si sono distinti tra le opere
più significative della nona edizione. Oltre all'ormai celebre
Repatriation di Kim Dong-won e It Goes On - The
Undocumented is Documented di Joo Hyun-sook, sulla difficile
situazione dei lavoratori immigrati in Corea del Sud, da segnalare
Delamu esordio nel documentario del celebre regista
cinese Tian Zhuang-Zhuang, A Social Genocide di Fernando
Solanas (che non trova distribuzione in Italia) e soprattutto
lo straordinario A State of Mind del britannico Daniel
Gordon. Interamente girato in Corea del Nord e dedicato alla
preparazione dei Mass Games - oceaniche e sbalorditive
coreografie umane che vengono realizzate saltuariamente a
Pyongyang e per le quali migliaia di giovani e giovanissimi
atleti si esercitano quotidianamente - il documentario offre
la rara occasione di conoscere più da vicino gli abitanti,
le tradizioni, gli usi e costumi dello stato più isolato e
segreto del mondo. Il JoongAng Daily riporta che A
State of Mind è stato presentato in anteprima al Pyongyang
International Film Festival nel settembre 2004. Gordon è rimasto
sorpreso nel vedere il pubblico locale ridere verso le scene
più ordinarie come degli anziani che giocano a carte o una
piccola e scolorita bandiera nord-coreana dipinta su di un
moscone in un laghetto pubblico. Chiedendo spiegazioni all'interprete
sull'ilarità verso queste scene, gli è stato risposto che
era proprio per questo, perché i nord-coreani non hanno mai
visto la loro quotidianità sul grande schermo, ma sempre l'ideale…
Il regista ha anche sottolineato che nord-coreani e sud-coreani
sembrano condividere la stessa passione per il cinema. Così
come durante il PIFF anche al festival di Pyongyang (la cui
sigla, curiosamente sarebbe la stessa) le sale sono esaurite
e migliaia di persone fanno la coda per avere i biglietti.
Le vendite internazionali del documentario sono affidate alla
e-pictures di Paul Yi, se qualche casa italiana volesse farsi
avanti…
- Retrospettiva e programmi speciali. Per la prima
volta la Korean Cinema Retrospective non ha presentato
l'opera di un regista (tornerà a farlo il prossimo anno) bensì
ha ripercorso la storia delle coproduzioni tra Corea del Sud
ed Hong Kong con nove opere tra gli anni '60 e l'inizio degli
anni '80. Data l'attuale crescita esponenziale delle coproduzioni
tra la Corea del Sud ed altri paesi asiatici (Hong Kong e
Giappone in primis) è stato pensato di guardare al passato,
con l'ausilio di un interessante seminario e di una pubblicazione,
per poter scegliere le miglior strategie per il presente ed
il futuro. Fra le opere presentate spiccano Hand of Death
(1975) co-diretto da Kim Jung-yong e un giovanissimo John
Woo, lo splendido film d'arti marziali Duel to the Death
(1982) di Ching Sui-tung e Lee Hyung-pyo ed il melodramma
Schoolmistress (1972) dello stesso Lee Hyung-pyo, che
ha all'attivo circa ottanta lungometraggi. I programmi speciali
hanno presentato un German Panorama (sorta di scambio
virtuale tra Corea del Sud e Germania dal momento che il Festival
di Berlino del 2005 presenterà la più ampia retrospettiva
mai dedicata ad Im Kwon-taek, per la quale si stanno addirittura
ristampando alcune copie), un omaggio a maestro greco Theo
Angelopoulos, un'interessante retrospettiva con annessa pubblicazione
dedicata al cinema indonesiano contemporaneo, Garin and
the Next Generation: New Possibility of Indonesian Cinema,
e una piccola sezione dedicata all'animazione asiatica con
quattro opere provenienti da Giappone, Taiwan, Indonesia ed
Hong Kong.
- Futuro. Archiviato il 2004 - peccato per un clima
un po' meno mite del previsto - fervono già i preparativi
per la decima edizione (6-14 ottobre 2005). Il budget dovrebbe
essere aumentato così da permettere la produzione di un documentario,
la pubblicazione di un libro e l'allestimento di una mostra
fotografica dedicata alla storia del festival. Progetti più
ambiziosi (l'Asian Film Academy and esempio) sono ancora in
fase embrionale ma di certo sarà posata la prima pietra del
Pusan Cinema Center, spazio polifunzionale ad uso esclusivo
del PIFF che sarà pronto nel 2008. Forse però il festival
non dovrà attendere così tanto per aggiudicarsi, definitivamente
e meritatamente, l'attributo di "Cannes d'oriente".