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Un prezioso baluardo del cinema
di Davide Cazzaro

"Se la varietà è il sapore della vita, allora i film offerti a Puchon quest'anno sono stati tanto 'infuocati' quanto l'ingrediente base della cucina nazionale, il kimchi, la radice fermentata in salsa piccante che accompagna ogni piatto".
Così Jasper Sharp, giornalista inglese attualmente a Tokyo, aveva scherzosamente salutato l'edizione 2003 del Puchon International Fantastic Film Festival (PiFan). Difficile dargli torto perché il festival ha sempre fatto della varietà e dell'originalità dei suoi programmi un'indiscussa prerogativa.
Gli obbiettivi principali della manifestazione non sono dissimili da quelli che nel '96 hanno portato alla nascita del Pusan International Film Festival (PIFF): creare una manifestazione dove il cinema coreano si intreccia con quello internazionale, promuovere i film coreani contemporanei, (ri)scoprire quelli del passato e presentare film stranieri che per diverse ragioni non sono mai stati visti in Corea del Sud.
Fondato nel 1997, il PiFan si è presto distinto come il secondo evento cinematografico del paese ed è riuscito a fare della sua tematicità la base su cui costruire il proprio successo e non un limite che ne impedisce qualunque ampliamento. Grande attenzione al pubblico, vocazione per il cinema extra-hollywoodiano di genere e deroghe di tutto riguardo alla linea "popolare" con retrospettive di alto valore critico e culturale, hanno fatto del PiFan una manifestazione internazionale di punta di cinema fantastico. E pensare che fino a sette-otto anni fa era ben difficile associare le parole "cinema" e "fantastico" a Puchon, una delle numerose città satelliti di Seoul (Uijeongbu, Hanam, Seongnam, Anyang e Gwangmyeong, solo per citarne alcune) a circa un'ora di metropolitana dal centro della capitale.
Come confessa candidamente il direttore Kim Hong-joon nella nostra intervista, il festival ha creato quasi per caso il contesto e l'atmosfera migliore per il successo della manifestazione.
A differenza di molti altri eventi, il PiFan non vuole essere, e non è, un contenitore; la sua priorità è fare di ciascun frequentatore un soggetto in grado di interagire ed intrattenersi con le varie proposte. Un "divertimentificio" dunque, nell'accezione più positiva del termine, e un momento di forte difesa contro i rischi che minacciano l'industria e la cultura cinematografica coreana: standardizzazione dell'offerta e abolizione del sistema delle quote di programmazione (Screen Quota System) in primis. La presenza e la forza di un buon festival cinematografico si fa oggi sempre più pressante in Corea del Sud perché il dilagare dei multiplex, l'aggressiva politica distributiva statunitense e la polarizzazione della produzione locale verso opere commerciali stanno facendo scomparire i mercati di nicchia e la cinefilia rampante che ha portato alla rinascita dello stesso cinema coreano. Problematico anche il discorso sulle quote di programmazione, che obbliga i cinema locali a proiettare film coreani per almeno 106 giorni l'anno. Senza addentrarsi in una questione che intreccia politica, economia, relazioni diplomatiche, orgoglio nazionale e contraddizioni dell'industria cinematografica coreana, possiamo ricordare che dal '98 il governo locale è sottoposto a pressioni straniere (statunitensi) per cercare di abolire il sistema. Molti leader dell'industria, registi e critici locali si sono coalizzati per opporsi ad ogni tipo di riduzione o revoca del sistema. I festival di Pusan e Puchon hanno più volte dato visibilità alle manifestazioni e agli scioperi della coalizione, cercando di sensibilizzare l'opinione pubblica locale e gli osservatori internazionali. In particolare il PiFan è sempre stato in prima linea e, anche l'edizione 2004, se pur in maniera meno "militante" rispetto al passato, ha dedicato un'attenzione particolare all'annosa questione. Anzi, ad essere più precisi, il festival è iniziato proprio da qui perché durante la cerimonia d'inaugurazione Kim Hong-joon ha letto un messaggio in difesa delle quote non previsto dal cerimoniale. Altro momento forte della serata è stata la proiezione con accompagnamento musicale dal vivo - atmosfera che forse ha riportato alla memoria dei fortunati ospiti della prima edizione l'esperienza di Le Voyage dans la lune di George Méliès con accompagnamento musicale della Puchon Philharmonic Orchestra - dei 13 minuti finali di An Empty Dream (Yu Hyun-mok, 1965), su cui torneremo in seguito.
Oltre 250 opere (tra lunghi, medi e cortometraggi) da 32 paesi suddivise in 12 sezioni, 9 schermi e 10 giorni di fitto programma tra film, feste, incontri con gli ospiti, dibattiti con il pubblico (i famosi Megatalk, creati nel 2000 e diventati ben presto una delle tradizioni più importanti del festival) e proiezioni gratuite all'aperto seguite da concerti rock (le altrettanto celebri Cine-Rock Nights). Il tutto, come è sempre avvenuto dal '99 in poi, verso la metà di luglio perché il festival vuole agire anche da "antidoto rinfrescante" contro la canicola, l'umidità e le piogge monsoniche che caratterizzano il mese; per non parlare del 2004, l'estate più calda da dieci anni a questa parte secondo le statistiche coreane.
Debole il film d'apertura - King of the Ants dello statunitense Stuart Gordon (al festival anche come presidente della giuria internazionale), durissimo film di vendetta che, a nostro parere, si schianta velocemente nella curva fatta segnare da un capolavoro contemporaneo come Sympathy for Mr. Vengeance (Park Chan-wook, 2002) - e da bruciare, per rimanere nel tema del film, quello di chiusura, Bunshinsaba: Ouija Board che fin d'ora, dato il successo dell'opera precedente del regista (Phone), ci prepariamo ad accogliere festanti in Italia. Forse meno ricche del solito le due sezioni dedicate ai lungometraggi contemporanei - Puchon Choice e World Fantastic Cinema di cui la prima è competitiva - a causa di un ristretto numero di anteprime e di opere davvero memorabili.
Ciò detto, non si può non acclamare il film hongkongese One Nite in Mongkok (Derek Yee, 2004), calibratissimo dramma poliziesco che riesce ad arrivare sotto la pelle di una delle aree più popolate al mondo (7 miglia quadrate, 280.000 persone, 300.000 immigranti illegali), Mongkok appunto. Di gran lunga il miglior lavoro visto quest'anno a Puchon. Delude invece il film vincitore della sezione competitiva, Arahan dell'ormai ex enfant terrible coreano Ryu Seung-wan. La forza e la rabbia del suo folgorante esordio (Die Bad) sono davvero lontane e con Arahan Ryu sembra essersi confezionato un gran bel divertissement dove ironia e abilità tecnica spadroneggiano… fino a che non sopraggiunge la noia. Peccato che un regista così promettente si stia affidando all'ala protettiva dell'insopportabile Kim Sang-jin ma la collaborazione con la casa di produzione di quest'ultimo, e la commercialità piuttosto spiccia di Arahan confermano l'infelice scelta. Ben più variegata l'offerta sul versante delle retrospettive che, solitamente, rappresentano la parte più prestigiosa della manifestazione. Gli amanti delle "cose molto cattive" non saranno certo rimasti delusi perché gli omaggi dedicati ai trent'anni della Troma, Welcome to Tromaville!: 30 Years of Reel Independence e soprattutto al controverso regista tedesco Jörg Buttgereit, Corps Fucking Art: The Films of Jörg Buttgereit, hanno offerto carne e sangue a volontà. A confermare l'intento provocatorio e la libertà di cui gode la manifestazione, l'omaggio a Buttgereit è stato il primo mai realizzato in estremo oriente. A causa delle tematiche estreme trattate infatti, la sua produzione è tutt'ora bandita da molti paesi. Ospite del festival, il buon Buttgereit ha espresso tutto il suo stupore nel vedere le platee piene di uomini e soprattutto donne prima della proiezione di Nekromantik (1987), un cult per migliaia di appassionati e uno dei film underground più famosi di fine anni Ottanta, in grado di segnare il passo ed aprire nuove strade tra le infinite pieghe dell'horror.
La retrospettiva dedicata agli Shaw Brothers, The Shaw Brothers Retrospective II: An Ode to the Twilight, ha concluso l'interessante lavoro di ricerca e presentazione al pubblico dei film del leggendario studio hongkongese iniziato l'anno scorso e che ha portato a Puchon, in totale, 12 opere tra il '62 ed il '77. L'interessante retrospettiva dedicata alle origini dell'animazione giapponese, Pioneers of Japanese Animation: From Tekobo to Momotaro, rientra perfettamente negli sforzi per promuovere la cinematografia nipponica in Corea del Sud e di incentivare gli scambi culturali tra i due paesi e ha offerto la rara possibilità di vedere sul grande schermo ben 53 opere (di varia durata) dagli anni Venti agli anni Cinquanta.
A completare il programma forse le due parti di maggior valore di quest'anno… in fondo, cosa c'è di più fantastico di tornare indietro nel tempo e ripercorrere l'immenso patrimonio del passato? L'omaggio ad Amos Vogel, Film as a Subversive Art: Amos Vogel and Cinema 16, ha ricordato un eroe insolito ed ancora poco conosciuto nella storia del cinema, pioniere della distribuzione di opere sperimentali negli USA e fondatore dell'influente film club Cinema 16 nel lontano '47. L'ormai celebre Korean Cinema Retrospective, tanto preziosa quanto l'omonima sezione del festival di Pusan, per la prima volta non ha presentato una selezione di film ma ha preferito un lavoro di rara intelligenza e creatività: realizzare un "restauro creativo" di un importante film coreano del passato, quel An Empty Dream di Yu Hyun-mok di cui si accennava in precedenza. Presentato originariamente nel 1965, malgrado la firma di uno dei più importanti registi dell'epoca il film aveva destato ben poco interesse. Accuse di pubblica oscenità, per una scena peraltro tagliata nella versione per le sale, avevano causato non pochi problemi al regista e, ancor peggio, avevano fatto cadere l'opera in un così profondo oblio che la colonna sonora dell'ultimo rullo (circa 13 minuti) era stata persa. Dopo quasi quarant'anni il PiFan ha deciso di riportare sul grande schermo quest'opera straordinaria e piuttosto atipica nella produzione dell'epoca (e nella stessa filmografia del suo autore) affidando il completamento della colonna sonora ad uno dei più famosi compositori di musica da film coreani, Cho Seong-woo (tra le sue altre partiture ricordiamo quelle di Barking Dogs Never Bite e One Fine Spring Day). Per la grande soddisfazione degli organizzatori, e soprattutto del regista, oggi quasi ottantenne, il pubblico ha risposto in massa affollando le sale e riservando meritatissimi applausi alla fine della proiezione. In attesa di un futuro, speriamo non troppo lontano, in cui le prolifiche produzioni dei grandi maestri coreani saranno presentate anche all'estero, l'iniziativa del PiFan ha certamente reso uno dei massimi onori mai riservati ad un regista locale.
Per concludere, confessiamo le nostre perplessità sull'insolita tradizione del "post-festival" che consiste nel tenere la cerimonia di chiusura due giorni prima della fine effettiva della manifestazione, così da dedicarne la coda al pubblico. Vengono cioè proiettati nuovi film coreani senza sottotitoli, e riproposti alcuni lungometraggi e cortometraggi del programma. Se però il "post-festival" nasconderà sempre delle sorprese come l'anteprima mondiale fuori programma dell'episodio coreano di Three... Extremes (diretto da un certo Park Chan-wook, presente in sala assieme alla protagonista ed al co-protagonista), potrebbe davvero rappresentare il valore aggiunto della manifestazione.
Il futuro? Radioso.
Il PiFan ha successo perché ha una forte vocazione popolare, è organizzato da critici e studiosi ed è una bellissima celebrazione del cinema. Chi cerca gossip, lustrini e paillettes ha davvero sbagliato posto perché qui scorre il sangue (sullo schermo fortunatamente), si scoprono film inediti e si ammirano quelli del passato, si dibatte e si scherza e soprattutto… c'è un forte odore di kimchi.

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