Home
Home
Contatti
Han' gul
Link

 
> Schedario
> Registi
> Interviste
> Saggi
> Incontri
> Bibliografia
> Speciali
 
 

> Speciale > JIFF 2006

JIFF 2006: Hic sunt cinéphiles
di Davide Cazzaro

Osservazioni e appunti a bocce ferme sulla settima edizione del Jeonju International Film Festival (JIFF). Un anno in cui, più di ogni altra volta, il pubblico ha premiato le scelte degli organizzatori.

- Impressioni. Lo confessiamo: siamo stati particolarmente felici di far ritorno a Jeonju e prendere parte al festival. L'esperienza del 2004 era già molto positiva ma la dirigenza nominata l'anno precedente stava ancora ridefinendo alcuni aspetti della manifestazione ed erano necessarie nuove migliorie (soprattutto nella logistica). Nel 2006 abbiamo ritrovato un festival che vede la maggioranza delle sue sale dislocate nel centrale quartiere dei cinema e che, saggiamente, ha deciso di sfoltire il programma e privilegiare le iniziative speciali: lezioni-dibattito, seminari, incontri con il pubblico, omaggi-scoperte. L'obbiettivo del JIFF è espresso a chiare lettere da Yoo Un-seong, co-responsabile della selezione: accrescere la cinefilia in Corea del Sud. Impresa non molto semplice perché, dopo essere stata legata ad un discorso parallelo di protesta politica e culturale, la cinefilia coreana sembra andare scemando con il passare degli anni.
Particolarmente azzeccato il logo di quest'anno ";}{;' che prende a prestito un patrimonio collettivo della comunità elettronica, gli smiley, per sottolineare sia l'attenzione verso l'era digitale e le sue immagini sia l'importanza delle occasioni dialettiche proposte dal festival.

- Numeri. 9 giorni di proiezioni (27 aprile-5 maggio), 194 lavori tra corti, medi e lungometraggi (quasi 100 in meno rispetto a due anni fa) da 42 paesi e 14 sale (tra cui un piccolo teatro all'aperto). Record di pubblico pagante, anche se non è stata fornita la cifra esatta.

- Film. Le numerose sezioni in cui è stato diviso il cartellone evidenziano come il festival da una parte insista sul cinema meno conosciuto o che non trova spazi nel mercato locale e dall'altra proponga alcune deroghe a questa linea d'essai, presentando titoli di maggior richiamo commerciale. Le assi portanti della manifestazione vanno identificate nei due concorsi internazionali - Indie Vision e Digital Spectrum riservati, rispettivamente, ad opere prime e seconde di cineasti indipendenti e a lavori realizzati con tecniche digitali - negli approfondimenti retrospettivi e negli spazi per la produzione nazionale e per il cinema sperimentale. L'apertura è stata affidata al riuscito Offside di Jafar Panahi, fresco vincitore del Gran Premio della giuria alla Berlinale, mentre la serata di chiusura ha visto l'anteprima dell'esordio di Kim Young-nam, Don't Look Back, ambizioso affresco della gioventù coreana contemporanea. Il regista sceglie attori molto capaci per raccontare tre tormentate storie di vita quotidiana e dimostra grande fiducia nel puro e semplice cinema (scala dei piani e colonna sonora ridotte al minimo, nessun interesse per il movimento della mdp). L'insieme risente però dell'eccessiva lunghezza (126 minuti) e appare fin troppo uniforme.
Come da tradizione, ampio spazio viene riservato al cinema coreano, nel tentativo di fare il punto sulla produzione off (fiction, nonfiction, animazione), con particolare riguardo per i giovani e per il digitale. Quest'anno, purtroppo, non possiamo che trarre un bilancio piuttosto negativo di tale produzione, soprattutto per quanto riguarda i lungometraggi. Se due opere non possono certo diventare paradigma di una tendenza generale, la goffa realizzazione, le ridondanze, le lungaggini, le idee farraginose e le scelte stucchevoli di Oh! My Sweetheart! di Park Ji-won e soprattutto di Throw the Cross Away di Oh Joum-kyun destano qualche preoccupazione. Pur con qualche riserva, i migliori lungometraggi in programma ci sono sembrati Heavenly Path di Kim Eung-su e Between di Lee Chang-jae, entrambi girati in HD e capaci, in alcuni momenti, di percorrere il labile confine tra realtà e finzione. Il primo, interpretato dallo stesso regista, racconta di un viaggio in Himalaya che diventa percorso interiore (un omaggio a Gerry di Gus Van Sant, stando al direttore della fotografia), mentre il secondo è dedicato allo sciamanesimo coreano e in particolare all'attività della sciamana Lee Hye-kyung. Un'opera, quest'ultima, inscrivibile in quel documentarismo partecipativo dove chi filma, grazie alle tecnologie leggere, può "partecipare" dall'interno all'evento filmato e coinvolgere lo spettatore.

- Digital Short Films by Three Filmmakers. Il JIFF non avrebbe potuto segnalarsi tanto rapidamente all'estero senza i Digital Short Films by Three Filmmakers, un'iniziativa molto prestigiosa a cui Cinemacoreano.it ha già dedicato uno speciale. Nel 2006 hanno accettato l'invito del festival Darezhan Omirbayev (Kazakistan), Eric Khoo (Singapore) e Pen-ek Ratanaruang (Thailandia), registi che ampliano la mappa dei paesi coinvolti nel progetto. Anche se, purtroppo, nessun autore scelto quest'anno ha utilizzato il digitale per lanciare una sfida all'estetica filmica tradizionale, segnaliamo convintamene il lavoro di Ratanaruang, Twelve Twenty. Liberamente tratto dal racconto L'aereo della bella addormentata di Gabriel García Márquez e incorniciato tra due inquadrature speculari, il corto si svolge quasi interamente nella prima classe di un volo intercontinentale (il titolo allude alla durata del viaggio). L'aeromobile, luogo per antonomasia del transito e dell'incontro dei giochi del caso, si fa spazio onirico (la scenografia e il tocco di Christopher Doyle lo confermano), e la storia di un passeggero che ha un colpo di fulmine per la donna seduta al suo fianco può essere letta come una riflessione sui propri sentimenti e sulla difficoltà di trovarci in sintonia con quelli degli altri.

- Retrospettive ed eventi. Di grande rilievo il versante delle retrospettive internazionali dedicate, rispettivamente, ad una delle figure fondamentali del cinema indiano, Ritwik Ghatak (1925-1976), in occasione del trentennale della scomparsa, ad una piccola "storia segreta" del cinema sovietico degli anni Sessanta-Ottanta e alla scoperta di alcuni registi coreani attivi in Giappone nella prima metà del secolo scorso e per questo misconosciuti nella storiografia del loro paese. Un programma, quest'ultimo, che rappresenta l'ennesimo sforzo per incentivare gli scambi culturali tra Corea del Sud e Giappone.
Tra i momenti più alti e forti di Jeonju 2006 annoveriamo le lezioni-dibattito di Peter Tscherkassky, figura chiave della cosiddetta terza generazione del cinema sperimentale austriaco, così come la proiezione con accompagnamento musicale del celeberrimo A Page of Madness (Kinugasa Teinosuke, 1926) e l'affollato seminario sull'attore tenuto nientemeno che da Choi Min-sik. Quest'ultimo è stato anche protagonista di un incontro dedicato al mantenimento dello Screen Quota System. Negli ultimi mesi infatti, numerosi protagonisti dell'industria cinematografica hanno organizzato incontri e manifestazioni in patria e all'estero contro la decisione governativa di ridurre drasticamente tale sistema.

- Futuro. Questa giovane manifestazione migliora di anno in anno e riesce a svolge un ruolo in difesa della cultura cinefila nazionale mantenendo viva una riflessione sul cinema. Con i suoi numerosi ospiti stranieri, i suoi riti cinefili, le sue splendide retrospettive e le bande di giovani che prendono d'assalto anche le proiezioni dei film più difficili, il festival di Jeonju è ormai diventato un importante evento culturale dell'Estremo Oriente. Il futuro? Per il momento, ben poche nubi all'orizzonte.


top

   

 

 

Home
Contatti
Han' gul
Link
Statistiche

© L’utilizzo dei materiali contenuti in questo sito è soggetto alle norme vigenti sul diritto d’autore.
Per maggiori informazioni clicca qui
a cura di