Osservazioni e appunti a bocce ferme
sulla settima edizione del Jeonju International Film Festival
(JIFF). Un anno in cui, più di ogni altra volta, il pubblico
ha premiato le scelte degli organizzatori.
- Impressioni. Lo confessiamo:
siamo stati particolarmente felici di far ritorno a Jeonju
e prendere parte al festival. L'esperienza del 2004 era già
molto positiva ma la dirigenza nominata l'anno precedente
stava ancora ridefinendo alcuni aspetti della manifestazione
ed erano necessarie nuove migliorie (soprattutto nella logistica).
Nel 2006 abbiamo ritrovato un festival che vede la maggioranza
delle sue sale dislocate nel centrale quartiere dei cinema
e che, saggiamente, ha deciso di sfoltire il programma e privilegiare
le iniziative speciali: lezioni-dibattito, seminari, incontri
con il pubblico, omaggi-scoperte. L'obbiettivo del JIFF è
espresso a chiare lettere da Yoo Un-seong, co-responsabile
della selezione: accrescere la cinefilia in Corea del Sud.
Impresa non molto semplice perché, dopo essere stata legata
ad un discorso parallelo di protesta politica e culturale,
la cinefilia coreana sembra andare scemando con il passare
degli anni.
Particolarmente azzeccato il logo di quest'anno ";}{;' che
prende a prestito un patrimonio collettivo della comunità
elettronica, gli smiley, per sottolineare sia l'attenzione
verso l'era digitale e le sue immagini sia l'importanza delle
occasioni dialettiche proposte dal festival.
- Numeri. 9 giorni di proiezioni
(27 aprile-5 maggio), 194 lavori tra corti, medi e lungometraggi
(quasi 100 in meno rispetto a due anni fa) da 42 paesi e 14
sale (tra cui un piccolo teatro all'aperto). Record di pubblico
pagante, anche se non è stata fornita la cifra esatta.
- Film. Le numerose sezioni
in cui è stato diviso il cartellone evidenziano come il festival
da una parte insista sul cinema meno conosciuto o che non
trova spazi nel mercato locale e dall'altra proponga alcune
deroghe a questa linea d'essai, presentando titoli di maggior
richiamo commerciale. Le assi portanti della manifestazione
vanno identificate nei due concorsi internazionali - Indie
Vision e Digital Spectrum riservati, rispettivamente, ad opere
prime e seconde di cineasti indipendenti e a lavori realizzati
con tecniche digitali - negli approfondimenti retrospettivi
e negli spazi per la produzione nazionale e per il cinema
sperimentale. L'apertura è stata affidata al riuscito Offside
di Jafar Panahi, fresco vincitore del Gran Premio della giuria
alla Berlinale, mentre la serata di chiusura ha visto l'anteprima
dell'esordio di Kim Young-nam, Don't Look Back, ambizioso
affresco della gioventù coreana contemporanea. Il regista
sceglie attori molto capaci per raccontare tre tormentate
storie di vita quotidiana e dimostra grande fiducia nel puro
e semplice cinema (scala dei piani e colonna sonora ridotte
al minimo, nessun interesse per il movimento della mdp). L'insieme
risente però dell'eccessiva lunghezza (126 minuti) e appare
fin troppo uniforme.
Come da tradizione, ampio spazio viene riservato al cinema
coreano, nel tentativo di fare il punto sulla produzione off
(fiction, nonfiction, animazione), con particolare riguardo
per i giovani e per il digitale. Quest'anno, purtroppo, non
possiamo che trarre un bilancio piuttosto negativo di tale
produzione, soprattutto per quanto riguarda i lungometraggi.
Se due opere non possono certo diventare paradigma di una
tendenza generale, la goffa realizzazione, le ridondanze,
le lungaggini, le idee farraginose e le scelte stucchevoli
di Oh! My Sweetheart! di Park Ji-won e soprattutto
di Throw the Cross Away di Oh Joum-kyun destano qualche
preoccupazione. Pur con qualche riserva, i migliori lungometraggi
in programma ci sono sembrati Heavenly Path di Kim
Eung-su e Between di Lee Chang-jae, entrambi girati
in HD e capaci, in alcuni momenti, di percorrere il labile
confine tra realtà e finzione. Il primo, interpretato dallo
stesso regista, racconta di un viaggio in Himalaya che diventa
percorso interiore (un omaggio a Gerry di Gus Van Sant,
stando al direttore della fotografia), mentre il secondo è
dedicato allo sciamanesimo coreano e in particolare all'attività
della sciamana Lee Hye-kyung. Un'opera, quest'ultima, inscrivibile
in quel documentarismo partecipativo dove chi filma, grazie
alle tecnologie leggere, può "partecipare" dall'interno all'evento
filmato e coinvolgere lo spettatore.
- Digital Short Films by Three
Filmmakers. Il JIFF non avrebbe potuto segnalarsi tanto
rapidamente all'estero senza i Digital Short Films by Three
Filmmakers, un'iniziativa molto prestigiosa a cui Cinemacoreano.it
ha già dedicato uno speciale. Nel 2006 hanno accettato l'invito
del festival Darezhan Omirbayev (Kazakistan), Eric Khoo (Singapore)
e Pen-ek Ratanaruang (Thailandia), registi che ampliano la
mappa dei paesi coinvolti nel progetto. Anche se, purtroppo,
nessun autore scelto quest'anno ha utilizzato il digitale
per lanciare una sfida all'estetica filmica tradizionale,
segnaliamo convintamene il lavoro di Ratanaruang, Twelve
Twenty. Liberamente tratto dal racconto L'aereo della
bella addormentata di Gabriel García Márquez e incorniciato
tra due inquadrature speculari, il corto si svolge quasi interamente
nella prima classe di un volo intercontinentale (il titolo
allude alla durata del viaggio). L'aeromobile, luogo per antonomasia
del transito e dell'incontro dei giochi del caso, si fa spazio
onirico (la scenografia e il tocco di Christopher Doyle lo
confermano), e la storia di un passeggero che ha un colpo
di fulmine per la donna seduta al suo fianco può essere letta
come una riflessione sui propri sentimenti e sulla difficoltà
di trovarci in sintonia con quelli degli altri.
- Retrospettive ed eventi.
Di grande rilievo il versante delle retrospettive internazionali
dedicate, rispettivamente, ad una delle figure fondamentali
del cinema indiano, Ritwik Ghatak (1925-1976), in occasione
del trentennale della scomparsa, ad una piccola "storia segreta"
del cinema sovietico degli anni Sessanta-Ottanta e alla scoperta
di alcuni registi coreani attivi in Giappone nella prima metà
del secolo scorso e per questo misconosciuti nella storiografia
del loro paese. Un programma, quest'ultimo, che rappresenta
l'ennesimo sforzo per incentivare gli scambi culturali tra
Corea del Sud e Giappone.
Tra i momenti più alti e forti di Jeonju 2006 annoveriamo
le lezioni-dibattito di Peter Tscherkassky, figura chiave
della cosiddetta terza generazione del cinema sperimentale
austriaco, così come la proiezione con accompagnamento musicale
del celeberrimo A Page of Madness (Kinugasa Teinosuke,
1926) e l'affollato seminario sull'attore tenuto nientemeno
che da Choi Min-sik. Quest'ultimo è stato anche protagonista
di un incontro dedicato al mantenimento dello Screen Quota
System. Negli ultimi mesi infatti, numerosi protagonisti dell'industria
cinematografica hanno organizzato incontri e manifestazioni
in patria e all'estero contro la decisione governativa di
ridurre drasticamente tale sistema.
- Futuro. Questa giovane manifestazione
migliora di anno in anno e riesce a svolge un ruolo in difesa
della cultura cinefila nazionale mantenendo viva una riflessione
sul cinema. Con i suoi numerosi ospiti stranieri, i suoi riti
cinefili, le sue splendide retrospettive e le bande di giovani
che prendono d'assalto anche le proiezioni dei film più difficili,
il festival di Jeonju è ormai diventato un importante evento
culturale dell'Estremo Oriente. Il futuro? Per il momento,
ben poche nubi all'orizzonte.