La Corea è un luogo nel vento. Un gambero
fra due balene. L'azzeccata similitudine storico-geografica
coniata da uno dei più illustri saggisti sudcoreani suggerisce
perfettamente la storia e le vicissitudini attraversate dal
suo paese: una penisola di cruciale importanza strategica,
attanagliata fra l'immenso continente cinese ed il possente
arcipelago giapponese e proprio per questo vittima di invasioni,
conquiste e distruzioni. Un paese che, solo nell'arco del
XX secolo, ha conosciuto la repressiva dominazione coloniale
giapponese dal 1910 al 1945, ha assistito a lotte all'ultimo
sangue tra gruppi di destra e di sinistra dal '45 al '48,
è stato dilaniato da una guerra fratricida dal '50 al '53
e, per quanto riguarda l'allora neonata Repubblica sudcoreana,
dal '53 al '93 è stata amministrata da regimi militari. Una
nazione ferita, dove la piaga più penosa è quella che tuttora
taglia il paese all'altezza del 38° parallelo, una striscia
di terra di nessuno che avrebbe dovuto essere una linea di
demarcazione temporanea per separare le forze sovietiche da
quelle americane e che invece, con l'armistizio del '53 è
stata resa definitiva e ha drammaticamente segnato l'inizio
della spinosa convivenza tra due stati agli antipodi: il Nord
comunista e il Sud capitalista. Grazie allo sviluppo economico
più rapido e prolifico di tutto il secondo dopo guerra la
Corea del Sud è riuscita a passare dai livelli dei paesi africani
più poveri allo status di una potenza economica mondiale in
bilico fra tradizione e modernità.
Una dialettica, quest'ultima, che si è più volte manifestata
anche nella cinematografia contemporanea, forte di un successo
sul piano artistico e commerciale culminato in patria nei
risultati del 2001: sessantacinque film prodotti, 50,1 per
cento di quota di mercato e cinque opere coreane ai primi
cinque posti degli incassi dei film nazionali e stranieri.
Dati che fanno della Corea del Sud una delle pochissime nazioni
al mondo dove il successo della produzione nazionale eguaglia
o addirittura supera i risultati di quella straniera, Hollywood
in primis. Per fare un paragone con due industrie molto
forti, nel 2000 in Giappone la produzione nazionale ha coperto
il 31,8 per cento del mercato e in Francia il 28,5 per cento.
Si può dunque parlare di (nuova) Golden Age, di un
periodo chiave frutto di enormi e inediti cambiamenti all'interno
della filiera cinematografica che però, come fanno notare
gli osservatori più attenti, hanno innescato una pericolosa
corsa al gigantismo (dei costi di produzione e dei multiplex)
che ricalca, con le dovute proporzioni, quella avvenuta ad
Hollywood negli ultimi vent'anni. Fino al '99 l'aggressiva
politica distributiva statunitense era riuscita a tenere a
bada l'industria locale, ma oggi, gli incassi dei blockbuster
più famosi (da Titanic, a Il Signore degli Anelli
passando per Matrix e molti altri) vengono agilmente
superati da quelli delle produzioni nazionali e la stessa
Hollywood acquista a caro prezzo i diritti di distribuzione
o, più spesso, di remake dei principali successi sudcoreani.
Un paese e un mercato che, non solo dal punto di vista cinematografico,
a lungo era appartenuto ad altri, per la prima volta vede
la propria cinematografia esportata ed acclamata nei cinema
e nei festival di tutto il mondo.
Le origini di tale successo vanno identificate nella cosiddetta
New Wave sudcoreana databile retrospettivamente tra
'88 e '95 circa. Il movimento è passato sotto totale silenzio
in occidente - soprattutto a causa dell'allora inesistente
tradizione di osservare e tanto meno distribuire film coreani
all'estero - ma, mentre il cinema arrancava sotto il triplo
fardello dell'oppressione politica, dell'indifferenza del
pubblico e dell'ingerenza della distribuzione statunitense,
ha prodotto veri e propri capolavori capaci di influenzare
e far progredire la cinematografia nazionale. Temi e problematiche
dell'epoca appartengono ormai alla storia e negli ultimi anni
il cinema è entrato in una nuova era economica, produttiva
e distributiva tanto che oggi alcuni maestri del passato faticano
a trovare investitori o non riescono ad attrarre il pubblico.
Come ha osservato Alberto Pezzotta, la produzione più recente
è articolata su una varietà di generi complessa, debitrice
del cinema di Hong Kong e con influssi del cinema giapponese
recente (specie horror) e del cinema d'autore taiwanese, innestata
però su una storia, una tradizione e una società ben vive.
Una straordinaria ricchezza di generi, temi e stili (dai blockbuster
alle commedie demenziali, sino ai film sperimentali e d'autore),
giovani registi creativi e abbondante afflusso di investimenti
continuano a far progredire un'industria tanto instabile quanto
dinamica.
In un anno in cui il cinema sudcoreano sarà al centro di importanti
retrospettive a New York, Washington D.C. e Parigi, anche
Venezia desidera rendere omaggio al cinema di questo paese.
Alla Pasinetti, in maggio, dodici film dell'ultimissima produzione
coreana (dal 1997 al 2002), tra cui spiccano ben nove opere
prime o seconde - di altrettanti indiscussi protagonisti del
periodo più entusiasmante di un'industria cinematografica
singolarmente vitale.