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Jeonju International Film Festival 2004
di Davide Cazzaro

Jeonju è situata a nord della provincia di Jeolla, 250 Km circa da Seoul. Conosciuta come "la città delle arti tradizionali", valorizzata da ingenti investimenti nel settore culturale e famosa per i suggestivi paesaggi e il cibo delizioso, Jeonju è una località perfetta per chi vuole fuggire dai ritmi frenetici della capitale. In ambito cinematografico, non molti sanno che facendo una media tra il numero di abitanti e i biglietti venduti, Jeonju è la città in cui i film coreani registrano annualmente i maggiori incassi. L'intera zona inoltre è sempre più richiesta come location per produzioni cinematografiche e televisive. Tali caratteristiche fanno della città il luogo perfetto per ospitare un festival cinematografico di grandi dimensioni. Il Jeonju International Film Festival (JIFF) è stato fondato nel 2000 e fin dalla prima edizione ha cercato di trovare un assetto e un'identità ben definiti, così da potersi segnalare a livello nazionale e internazionale. Pur mancando di quella stabilità che, ad esempio, ha reso grande il Pusan International Film Festival (PIFF) - in appena cinque anni è stato cambiato il direttore, lo staff di programmazione e, con essi, la durata e i criteri organizzativi della manifestazione - il JIFF sta cercando di ritagliarsi un posto importante nel panorama internazionale. Oggi il festival è il terzo evento cinematografico più prestigioso dopo Pusan e Puchon (Puchon International Fantastic Film Festival, PiFan) e se, in generale, il PIFF offre annualmente un ampio spettro di cinema medio ed estremo orientale e il PiFan è dedicato al cinema fantastico proveniente da tutto il mondo, il JIFF ha trovato, e continua a trovare, la sua ragion d'essere nei film indipendenti e digitali di svariati paesi, formati e anni di produzione.
In una pletora di manifestazioni cinematografiche il JIFF è riuscito, così come gli altri due eventi più famosi, a stabilire un rapporto simbiotico con la cultura cinematografica locale. Grazie anche alle continue affermazioni del cinema coreano, il festival è diventato il luogo dove registi (spesso esordienti) locali e internazionali possono presentare le loro opere indipendenti e a basso budget girate in qualunque formato (con particolare attenzione verso il digitale) e tenta di giocare un ruolo importante nella promozione di quel cinema d'essai che, schiacciato dai blockbuster e dai successi recenti, non trova più posto nelle sale del paese. Viene così offerta al pubblico una rara occasione di vedere opere molto diverse per epoche, culture, stili ed esiti ma accomunate dall'azzeccato slogan coniato nel 2003 dal nuovo direttore Min Byung-lock: libertà, indipendenza e comunicazione.
Il punto di forza principale della manifestazione risiede nella straordinaria varietà dell'offerta: programmi, appuntamenti e progetti davvero insospettabili per chi non si interessi all'evento. Il festival ha sempre voluto offrire non solo un'accurata selezione di film ma anche iniziative parallele - conferenze, dibattiti, incontri con gli autori, seminari ed esposizioni d'arte - rare e preziose. Anche la quinta edizione si è svolta tra fine aprile e inizio maggio, in piena primavera, e il programma di quest'anno ha portato a Jeonju oltre 280 opere (tra lunghi, medi e cortometraggi) provenienti da 33 paesi suddivise in ben 17 sezioni di cui due competitive, Indie Vision e Digital Spectrum. La prima rappresenta una delle principali novità della quinta edizione in quanto fino all'anno scorso la sezione si chiamava Asian Independent Film Forum e racchiudeva opere provenienti esclusivamente dal continente asiatico. La volontà di offrire un panorama più variegato, assieme alla difficoltà di avere prestigiose opere inedite asiatiche, ha portato ad una totale apertura delle sezione: dall'opera statunitense di fiction War di Jake Mahaffy, girata in 35 mm, al documentario coreano I Want to Be a Documentarian della regista Lee Eun-a girato in formato DV, passando per l'opera terza dell'iraniano Babak Payami con Silence Between Two Thoughts, meritato vincitore della sezione. Digital Spectrum invece è rimasta immutata sin dalla prima edizione e quest'anno ha presentato 14 opere girate nei formati digitali Digibeta, Beta SP e DV. Di anno in anno Digital Spectrum si segnala come una delle migliori selezioni di opere internazionali che, utilizzando un formato non più nuovo e talvolta abusato, sperimentano e spesso portano al limite pregi e difetti della tecnologia digitale.
Tra le altre numerose sezioni si segnala l'importante Filmmakers Forum, inaugurato l'anno scorso ed organizzato per studiare sia dal punto di vista estetico che pratico gli elementi cinematografici. Il forum 2004 è stato dedicato a tre direttori della fotografia: la francese Caroline Champetier, il coreano (nato a Tokyo) Jung Il-sung e il brasiliano Walter Carvalho. Un'occasione davvero imperdibile per il pubblico, i cineasti locali e gli ospiti stranieri: quattro intere giornate per comprendere, studiare e dibattere scelte e tecniche di autori molto diversi per estrazione, formazione e carriera. Il festival ha affiancato al seminario una piccola selezione di opere dove è risultato determinante il lavoro di ciascun direttore della fotografia. Per gli appassionati e studiosi di cinema coreano dunque, l'edizione 2004 ha anche offerto la possibilità di (ri)vedere sul grande schermo Son of a Man (Yu Hyun-mok, 1980), Mandala (1981) e Chunhyang (2000) di Im Kwon-taek e soprattutto l'introvabile Hwang Jin-i (Bae Chang-ho, 1986), tutti straordinariamente fotografati da Jung Il-sung.
Quasi a confermare l'intenzione di stimolare e reinterpretare quella dialettica fra tradizione e modernità che investe in questi anni la società, la cultura e la cinematografia coreana, la sezione Jeonju Sonimage, inaugurata l'anno scorso, offre al pubblico un'esperienza unica: tre film muti degli anni Venti - Diario di una donna perduta (1929) del maestro tedesco Georg Wilhelm Pabst, The Smiling Madame Beudet (1922) e The Seashell and the Clergyman (1928) della regista avanguardista francese Germaine Dulac - accompagnati da una jam session dal vivo di un'ensemble composta da quattro musicisti di nazionalità diverse, Park Chang-soo (Corea del Sud, piano), Kevin Norton (USA, percussioni), Chino Svuichi (Giappone, computer music) e Alfred Harth (Germania, clarinetto e sassofono). Sonorità del jazz moderno si mischiano a quelle della musica contemporanea nell'accompagnamento e talvolta nel contrappunto ai film, gettando uno straordinario ponte tra immagini e suoni distanti quasi un secolo.
Altra iniziativa prestigiosa è rappresentata dai Digital Short Films by Three Filmmakers; sin dalla prima edizione il festival invita tre cineasti asiatici a realizzare un cortometraggio ciascuno della durata di circa 30 minuti girato con apparecchiature digitali. Il festival finanzia e distribuisce l'intero progetto e lascia completa libertà agli autori. I tre corti degli autori scelti annualmente vanno poi a comporre un lungometraggio di circa 90 minuti. Ogni anno risulta molto interessante osservare come i registi utilizzino una tecnologia con la quale magari non hanno molta confidenza e scoprire eventuali originalità o somiglianze tra le loro scelte. Nelle edizioni precedenti si sono avvicendati, tra gli altri, Zhang Yuan (Cina), Park Kwang-su (Corea del Sud), Zia Zhang Ke (Cina) e Tsai Ming-liang (Taiwan) mentre nel 2004 hanno partecipato Bong Joon-ho (Corea del Sud) con Influenza, Ishii Sogo (Giappone) con Mirrored Mind e Yu Lik wai (Hong Kong) con Dance with me to the End of Love. Di assoluta rilevanza l'opera di Bong che conferma la sua abilità anche nel cortometraggio (emersa peraltro sin dal suo corto di diploma Incoherence); con Influenza Bong percorre la labile linea di confine tra realtà e finzione realizzando un falso documentario assolutamente atipico incentrato sulle azioni violente compiute da un uomo. L'intera vicenda è ripresa da videocamere digitali installate nelle stesse posizioni delle telecamere a circuito chiuso sparse per Seoul. La "freddezza" della tecnologia digitale è amplificata dall'occhio imperscrutabile delle camere di sicurezza, assolutamente indifferenti a scene di violenza via via più agghiaccianti e cruente. Secondo il regista, così come un morbo subdolo e pericoloso, la stessa indifferenza sta pericolosamente contagiando l'intera società coreana.
Sempre nell'ambito della nutrita selezione coreana presente a Jeonju, da ricordare l'ormai celebre documentario di Kim Dong-won Repatriation, frutto di dodici lunghi e difficili anni di lavorazione, dedicato al rimpatrio in Corea del Nord delle ex spie norcoreane imprigionate per decenni nel Sud. E ancora i corti coreani d'animazione, su tutti O-nu-ri di Lee Sung-gang, i due corti dei talentuosi ribelli Kim Gok e Kim Sun Light and Class e Principle of Party Politics, My Korean Cinema, ambizioso e interessante progetto di Kim Hong-joon e i venti cortometraggi che hanno composto il progetto collettivo Twentidentity, realizzato in occasione del ventesimo anniversario della fondazione della Korean Academy of Film Arts (KAFA).
Alcune altre iniziative della quinta edizione hanno avuto un'importanza quasi storica. Il festival ha puntato l'attenzione sulla produzione del Giappone, paese che il Ministro della cultura e del turismo Lee Chang-dong ha definito "vicino ma lontano". Va ricordato che i film giapponesi sono stati banditi per rivalsa dagli schermi coreani fino al 1998 (Hana-Bi di Kitano Takeshi è stato il primo film distribuito nelle sale coreane) e che le coproduzioni tra i due paesi sono tuttora rare e complesse (tra le più famose ricordiamo Asako in Ruby Shoes di E J-yong e One Fine Spring Day di Hur Jin-ho). La prima edizione del Korean-Japanese Independent Film Workshop con il regista coreano Kim Ki-duk e il giapponese Ishii Sogo e le retrospettive dedicate alla celebre casa di distribuzione (e poi, soprattutto, di produzione) ATG, Art Theatre Guild, e al cinema indipendente contemporaneo giapponese, confermano l'intenzione del festival di promuovere la cinematografia nipponica in Corea e soprattutto di incentivare gli scambi cinematografici e culturali tra i due paesi. Di valenza non solo cinematografica anche la retrospettiva dedicata al cinema cubano. Malgrado a tutt'oggi non intercorra alcuna relazione diplomatica tra Corea del Sud e Cuba, i responsabili della manifestazione sono riusciti a portare a Jeonju tredici opere cubane. Una delle prime apparizioni del cinema di questa nazione nel sud-est asiatico e un'irrinunciabile opportunità per il pubblico locale di vedere opere che coprono gli ultimi quarantacinque anni della storia del cinema cubano.
A parere di chi scrive, da dimenticare il film d'aperura Possibile Changes, opera prima del coreano Min Byung-kook, mentre la performance di Ogamdo (contaminazione di musica tradizionale coreana con il jazz ed il rock), prologo alla cerimonia d'inaugurazione, ha descritto al meglio lo spirito del festival e soprattutto della città di Jeonju: coesistenza armonica di tradizione e modernità.
Da una parte è innegabile che il festival necessiti di alcune migliorie, soprattutto dal punto di vista logistico, e che, purtroppo, le date dell'evento - in contemporanea con il sempre più importante Far East Film di Udine e a ridosso del Festival di Cannes - non favoriscano una nutrita presenza della stampa e degli osservatori internazionali (dato che porta gli organizzatori a non prevedere la traduzione inglese per alcune iniziative parallele di sicuro interesse). Dall'altra parte l'entusiasmo e l'impegno dello staff e dei numerosi volontari è davvero encomiabile e le scelte del consiglio direttivo sembrano andare nella direzione giusta. In un continente in grande fermento come quello asiatico non sarà facile segnalarsi definitivamente come appuntamento annuale di prestigio ma gli organizzatori stanno cercando di consacrare una manifestazione che gli osservatori e gli addetti ai lavori (soprattutto stranieri) farebbero meglio a tenere in seria considerazione.

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