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Whispering Corridors di Park Ki-hyung
di Pietro Liberati

Ci sono casi in cui l’importanza di un film va ben oltre la sua effettiva qualità artistica. Prendiamo Whisphering Corridors di Park Ki-hyung: visto oggi, a cinque anni di distanza dalla sua uscita (è datato 1998) è solo uno dei tanti film sui fantasmi che l’Oriente propone con una certa frequenza.
Ma all’epoca, questa ghost story (ma in lingua sono chiamate kuei dam) ha rappresentato un grande caso: 2 milioni di sudcoreani sono infatti affluiti nelle sale per guardare un film di un genere ormai abbandonato dai produttori locali perché ritenuto poco redditizio, dando luogo alla produzione di ben due seguiti, nel 1999 e nel 2003. Se in Italia uscisse un horror come questo, immerso nella realtà sociale di un periodo e di un paese, forse potrebbe ripetersi un successo equivalente: possiamo dire questo perché in verità l’interesse di Whisphering Corridors risiede proprio nei tratti sociali della realtà che descrive, e non nella confezione horror, invero un po’ trascurata dalla regia dell’esordiente Park, e sicuramente perdente nei confronti di molti film coevi, primo fra tutti la ghost story orientale per eccellenza, il coevo Ringu di Nakata Hideo.
Nel film, la vivace studentessa Ju-Oh, nascostamente ossessionata dalla visione del cadavere dell’insegnate che si è suicidata (e che in realtà non si è suicidata), fa amicizia con una timida ragazzina di una classe inferiore. Nella scuola vive la leggenda del fantasma vendicativo di una studentessa morta per un incidente in conseguenza di uno scherzo. Whisphering Corridors trasmette però soprattutto l’atmosfera opprimente di un sistema scolastico mostruoso, in cui avvengono ancora punizioni corporali molto più impressionanti delle apparizioni del fantasma Jun-Jo, e dove la denigrazione dello studente, l’esasperazione della competizione e la conservazione delle barriere di classe sembrano le basi della didattica. Ju-Oh ha una passione per la pittura, ma il suo quadro della defunta insegnante viene giudicato ignobile dal rozzo e violento sovrintendente Oh, soprannominato dalle alunne Mad Dog: dopo aver schiaffeggiato, insultato e denigrato pubblicamente la ragazza, Mad Dog le proibisce persino di dipingere ancora. Il sovrintendente ha le ore contate, dal momento che Jun-Jo ben presto ne farà giustizia, ma intanto abbiamo avuto il tempo di capire in quali radici si affondi la società coreana.
Si diceva della scricchiolante qualità horror di Whisphering Corridors: la tensione è costruita in maniera elementare sin dalla primissima sequenza, che fa pensare ad una forte ispirazione dal cinema di genere americano delle ultime generazioni. Ben presto però ci si rende conto che la struttura horror è solamente un pretesto per la messinscena degli orrori del sistema, e così più che vedere in faccia il fantasma di Jun-Jo, e quindi scoprire chi sia veramente l’assassina (per tutto il film l’abbiamo vista solo di spalle, nei flashback di una nuova insegnante che era anche ex studentessa del liceo e sua vecchia amica), ci interessa sapere cosa le sia accaduto e perché uccida. La soluzione a questo interrogativo è rivelatrice, ed in essa risiede la peculiarità di un film senza trionfalismi, tutto dalla parte di quella porzione di umanità che il sistema tende ad emarginare.
Meglio essere indulgenti quindi con un film che, come horror, vale abbastanza poco, ma che ha due meriti fondamentali: aver descritto in maniera poco accomodante una porzione di realtà difficilmente raccontabile prima, e aver dato il via alla florida produzione di genere che ha caratterizzato la Corea del Sud in questi ultimi anni. Prima del 1998, vale la pena ricordare che il cinema coreano era ben poco liberalizzato, e molti argomenti scomodi non potevano essere trattati nemmeno lontanamente a causa della micidiale censura. Tutto sommato c’è da accontentarsi, quindi: i 100 minuti di Whisphering Corridors non sono spesi poi tanto male.

Pubblicato per gentile concessione dell'autore e di www.cinemavvenire.it

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