The Way Home...
di Lee Jeong-hyang
di Gianluca Gibilaro
"Furbo" è un termine che spesso si impiega
parlando di film che sembrano studiatamente far leva sui sentimenti
dello spettatore per coinvolgerlo, commuoverlo, violentalo.
E la furbizia è forse una delle cose più irritanti: suggerisce
pianificazioni a tavolino, lascia intuire calcoli ed effetti
studiati, insomma quanto di più distante ci possa essere dalla
sincerità e dalla schiettezza del mettere in immagini una
storia, un mondo, un'emozione.
La prima sensazione con la quale si esce da The Way Home...
è che sia, per l'appunto, un film furbo: come non sospettare
un calcolo dietro a questa storia zuccherosa di un bimbo di
città che, lasciato qualche settimana dalla nonna muta e piegata
dagli anni, dagli acciacchi e dalla fatica, scopre un mondo
di valori che la vita di città non gli ha mai saputo insegnare?
Come non pensare ad un cinico team di specialisti della produzione
di lacrimucce sintetiche di fronte a una storia così? Come
non irritarsi di fronte a un buonismo ruralista di tal fatta?
Eppure c'è in The Way Home... qualcosa che colpisce
in positivo e che stempera il negativo giudizio iniziale:
il senso della misura. Lee Jeong-hyang, giovane regista già
autrice di Art Museum By the Zoo, sembra sapersi
fermare sempre in tempo: prima di affondare nelle sabbie mobili
del melenso, prima di inciampare nei trabocchetti che il soggetto
le mette davanti ad ogni pié sospinto, prima di esagerare
insomma.
Aiuta certo la scelta di una vecchia muta come protagonista,
ma sta nella bravura della giovane regista la capacità di
appoggiare il film sui ritmi della vecchina, di dargli quella
stessa andatura cocciuta e fragile della sua protagonista.
E sono tutti suoi il pudore con il quale fa crescere il rapporto
fra la nonna e il nipote, la delicatezza con cui ci racconta
di come accanto allo sfacelo della modernità sopravvivano,
forse non per molto, i testimoni delle radici d'un mondo pre-industriale
fatto di dignità, fatica e pazienza. E così il film
lievita: la piccola storia di Sang-woo e di sua nonna riesce
a farsi specchio di un paese e di una cultura che vive con
malessere l'occidentalizzazione (globalizzazione-americanizzazione)
delle sue città, che mal digerisce la frattura che ormai non
può fare a meno di riconoscere fra i giovani e gli anziani,
un paese insomma che non riesce a mandar giù come un bicchiere
d'acqua fresca la colonizzazione nordamericana.
E il film propone un'ipotesi, una strada (the way home?),
una possibilità di ricomposizione di questa frattura. Una
possibilità che nasce dalla constatazione del fallimento del
modello urbano (la madre lascia il piccolo alla nonna perché
non è in grado di tenerlo con sé a causa di una serie di disavventure
economiche e sentimentali) e sul riconoscimento dell'inadeguatezza
di questo modello, nonché della sua sostanziale incongruità
con quanto di sostanziale c'è nei valori fondanti della cultura
coreana.
Un invito a riscoprire le radici, a non lasciarsi abbagliare
dalle luci del consumismo, a non dimenticare la storia, la
dignità, il rispetto. A ritrovare la strada. Una "morale della
favola" da quattro soldi? Può darsi. Se non fosse che gli
spettatori coreani, che hanno fatto di The Way Home...
il campione d'incassi dell'anno, sembrano prenderla sul serio.