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Untold Scandal
di Paolo Bertolin

Lo scorso ottobre Untold Scandal, opera terza di E J-yong (Yi Jae-yong), ha registrato il più grande incasso coreano di tutti i tempi in un primo week-end di uscita. Rallentando poi la sua corsa al box office, il film di E ha lo stesso raggiunto i tre milioni di spettatori, risultato epocale in un paese dove nell’ambiente del cinema regna la superstizione che drammi storici, film sullo sport o con animali siano destinati a sonori flop.
Ad occhio occidentale l’esito trionfale di Untold Scandal presso il pubblico coreano parrà forse sproporzionato, ma il film di E, onesto prodotto commerciale che mai rivendica l’impostura di una scrittura d’autore che non gli è propria, impartisce, come A Good Lawyer’s Wife di Im Sang-soo, altro successo a sorpresa dell’annata 2003, un’eccellente lezione di relativismo culturale.
Quale migliore esempio poi dell’adattamento inconsueto di una celebrata opera letteraria occidentale, Les Liaisons Dangereuses di Choderlos de Laclos, già più volte portata sullo schermo in Occidente, e ivi sottoposta persino a impavidi (quanto inutili) svecchiamenti nella contemporaneità, qui trasferita alle contemporanee latitudini della dinastia Choseon?
Untold Scandal è in effetti un film traversato da una doppia corrente sotterranea, che contrappone il flusso della traduzione/tradizione a quello dell’adattamento/contaminazione. La scelta di un classico occidentale è, va da sé, un elemento di novità nel panorama coreano; d’altro canto, l’innesto dei personaggi di de Laclos nelle infiorescenze Choseon avviene senza l’apporto di modifiche sostanziali dell’intreccio. L’universalità di de Laclos non è in discussione: è un assunto; in questione è invece la rappresentazione stereotipata di un epoca, restituita dal cinema attraverso codici e convenzioni che assecondano i mores ipocriti della repressione sessuale, egualmente propria al passato, quanto al presente. Ecco che il libertinismo del Visconte di Valmont e della Marchesa di Merteuil non solo si destreggia nella facile sfida della plausibilità, ma si fa cartina di tornasole per una rimessa in questione di un’immagine del passato cristallizzata, ponendo basi per interrogativi di valenza presente. In particolare, la libertà di costumi sessuali in cui indulgono i protagonisti e ancor più marcatamente la risolutezza dei personaggi femminili, che non solo si fanno padroni del proprio destino, ma come Cho (Merteuil) pretendono al dominio sulle altrui sorti amorose, suonano i tasti di note dolenti per una società coreana ancor imbrigliata in una concezione conformisticamente patriarcale della morale. La rappresentazione esplicita della copula, assai ardita per i canoni censori orientali, fornisce quindi al contempo appeal commerciale e rottura netta con il romanticismo edulcorato delle tante versioni della “Chunhyang-ga” (la canzone di Chunhyang, storia di un amore contrastato in epoca Choseon, celebrata da un pansori amatissimo dai coreani; peraltro, E avrebbe voluto rileggere la storia di Chunhyang in chiave sessualmente esplicita, prima che Im Kwon-taek ne realizzasse la sua recente versione datata 2000). La doppia dialettica interna al film trova intrigante sintesi nella rappresentazione scenica della ricostruzione d’ambiente: fedele nell’essenza, tradisce i precetti confuciani che regolavano l’impostazione coloristica degli hanbok (l’abito tradizionale coreano), imponendo precise combinazioni tra nero, bianco, blu, giallo e rosso, e inventa ibridi accostamenti e fantasie, sintonizzati alla caratterizzazione dei personaggi. E, inoltre, si diletta ad alternare il tappeto sonoro diegetico del kayagum e degli strumenti tradizionali coreani con lo straniamento cinematografico insinuato da un commento musicale che attinge a Bach e Barocco. Per restituire la sapida scrittura dell’epistolario laclosiano, si è poi adoperato ad una vivacità e coloritura di dialogo anch’esse notevoli nel panorama del dramma in costume coreano; i carteggi di Valmont, infine, divengono dipinti erotici, che saranno raccolti e pubblicati in un piccante volume. Lo spettatore occidentale peraltro dovrebbe prestare particolare attenzione ad un paio d’altri dettagli della traduzione/adattamento. Chung (Madame de Tourvel), vedova da nove anni, ha mantenuto un’esemplare fedeltà al marito defunto e si è vista intitolare dal governatore, in onore dei precetti confuciani, un Cancello di castità. Costei si è però convertita al cristianesimo, fede al tempo sottoposta a censura; cerimonie e ritrovi della comunità cristiana si svolgono infatti in totale clandestinità. La pia Chung, modello esemplare di virtù, contrapposto alla corruttela della corte e alle trame manipolatorie di Cho e Cho-won (Valmont), si rivela così veicolo di un’alterità declinata anch’essa con inatteso sovvertimento; la penetrazione dell’elemento occidentale è identificata con una purezza ed una coerenza che si scontrano con la decadenza compiaciuta dei costumi tradizionali, adagiati su una moralità conformista del tutto esteriore. Senza scadere in un esplicito spoiler, è essenziale rimarcare anche il più rilevante e fascinoso tradimento di Laclos: in Oriente non si muore d’amore, alla consunzione per le pene del cuore gli orientali non possono credere; in compenso, il suicidio per quanto tragico, non è sanzionato moralmente come in Occidente. La ricorsa al suicidio offre ad Untold Scandal la sequenza più lirica e suggestiva… Sul fronte del cinema, il peso specifico della messa in scena di E non cerca mai l’identificabilità della firma, si sintonizza su una classica eleganza da mélo in costume, priva di scossoni, come pure di cadute o svarioni, con il corollario di un sorvegliato servigio alle prestazioni d’attore. Tra le quali s’impone alla menzione la Cho di Lee Mi-sook, star degli anni ’80, eclissata alle soglie della mezza età e rilanciata da E nel suo primo (e migliore) film, An Affair (1998). Il ruolo di rivalsa femminile proto-femminista regalatole da E riecheggia sapidamente la sua rivincita sulle sorti predestinate della carriera d’attrice.

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