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The Uninvited di Lee Soo-youn
di Luca Sella

Credo che The uninvited sia un'opera prima a tratti interessante, ma anche – soprattutto, a dire il vero – molto acerba.
Tutto ruota attorno alla vicenda di Jung-won, giovane disegnatore di interni, e della misteriosa Yun, donna tormentata da continui svenimenti e da un passato dolorosissimo. A far incrociare i destini dei due protagonisti è lo speciale potere che entrambi possiedono: Jung-won e Yun hanno infatti dei poteri extrasensoriali che li rendono in grado di entrare in contatto con le anime dei defunti tramite delle visioni o dei sogni, ma anche di vedere il futuro e di leggere nei meandri della mente altrui (o qualcosa di simile, visto che non si capisce affatto la natura di tali poteri). In una parola, essi, come Yun rivelerà a Jung-won, hanno poteri sciamanici. Entrambi scopriranno a proprie spese sia il peso che un tale ascendente comporta, sia l'impossibilità di rifuggire la sua responsabilità e il proprio passato.
Nelle atmosfere inquietanti, come se un qualcosa di terribile stesse per succedere da un momento all’altro, un qualcosa di incombente che grava sulla storia e sui personaggi, il film si accoda a tutto il filone del thriller venato di soprannaturale che negli ultimi anni ha invaso gli schermi occidentali, senza apportare sostanziali novità ed originalità di sorta. Dove l'esordiente regista e sceneggiatrice tenta di inserire delle innovazioni, di cercare una via originale (come quando prova a mettere a confronto tre religioni cattolicesimo, buddismo e sciamanesimo) fallisce, non approfondendo abbastanza il discorso, tratteggiando appena della riflessioni che avrebbero necessitato di ben altro trattamento. Lo sviluppo dell’opera si fa via via macchinoso, la vicenda si sfoca e il film inevitabilmente ne risente, finendo per risultare prolisso e tratti pretenzioso. The uninvited ha comunque dalla sua un ottimo inizio, contraddistinto da un buon ritmo, e delle sequenze, tra tutte i flashback, girate in maniera sicura e convincente, segno che l’esordiente Lee Soo-youn ha una mano abile nel costruire un certo tipo di atmosfere.
Da alcuni commenti della regista sono emersi interessanti spunti di riflessione: l’idea per The Uninvited, o meglio, per Tavolo per quattro (questa la traduzione letterale del titolo coreano), si è formata nella sua mente osservando due bambine sedute ad un tavolo. Nella volontà della regista c’è anche infatti il desiderio di posare lo sguardo sull’istituzione familiare coreana. Inutile dire che si tratta di uno sguardo quanto mai critico, che denuncia l’ipocrisia della famiglia media, così divisa tra la sua volontà di apparire felice e il suo lato più oscuro e segreto, che nasconde frustrazioni e sofferenze, come nel caso di Yun e Jung-won. Ed è proprio il tavolo, il Tavolo per quattro, il luogo di ritrovo di tale famiglia che non riesce a comunicare e che costringe i suoi componenti a nascondere le proprie verità più intime. Ancora, però, non si può non notare, nelle affermazioni della regista una notevole disparità tra gli intenti (troppi e spropositati) e i risultati effettivi ottenuti in The Uninvited (ben più modesti), quasi come se Lee Soo-youn abbia voluto raccontare troppe cose finendo solo per accennarle e non sviluppandole in maniera organica.

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