Credo che The uninvited sia un'opera
prima a tratti interessante, ma anche – soprattutto, a dire
il vero – molto acerba.
Tutto ruota attorno alla vicenda di Jung-won, giovane disegnatore
di interni, e della misteriosa Yun, donna tormentata da continui
svenimenti e da un passato dolorosissimo. A far incrociare
i destini dei due protagonisti è lo speciale potere che entrambi
possiedono: Jung-won e Yun hanno infatti dei poteri extrasensoriali
che li rendono in grado di entrare in contatto con le anime
dei defunti tramite delle visioni o dei sogni, ma anche di
vedere il futuro e di leggere nei meandri della mente altrui
(o qualcosa di simile, visto che non si capisce affatto la
natura di tali poteri). In una parola, essi, come Yun rivelerà
a Jung-won, hanno poteri sciamanici. Entrambi scopriranno
a proprie spese sia il peso che un tale ascendente comporta,
sia l'impossibilità di rifuggire la sua responsabilità e il
proprio passato.
Nelle atmosfere inquietanti, come se un qualcosa di terribile
stesse per succedere da un momento all’altro, un qualcosa
di incombente che grava sulla storia e sui personaggi, il
film si accoda a tutto il filone del thriller venato di soprannaturale
che negli ultimi anni ha invaso gli schermi occidentali, senza
apportare sostanziali novità ed originalità di sorta. Dove
l'esordiente regista e sceneggiatrice tenta di inserire delle
innovazioni, di cercare una via originale (come quando prova
a mettere a confronto tre religioni cattolicesimo, buddismo
e sciamanesimo) fallisce, non approfondendo abbastanza il
discorso, tratteggiando appena della riflessioni che avrebbero
necessitato di ben altro trattamento. Lo sviluppo dell’opera
si fa via via macchinoso, la vicenda si sfoca e il film inevitabilmente
ne risente, finendo per risultare prolisso e tratti pretenzioso.
The uninvited ha comunque dalla sua un ottimo inizio,
contraddistinto da un buon ritmo, e delle sequenze, tra tutte
i flashback, girate in maniera sicura e convincente, segno
che l’esordiente Lee Soo-youn ha una mano abile nel costruire
un certo tipo di atmosfere.
Da alcuni commenti della regista sono emersi interessanti
spunti di riflessione: l’idea per The Uninvited, o
meglio, per Tavolo per quattro (questa la traduzione
letterale del titolo coreano), si è formata nella sua mente
osservando due bambine sedute ad un tavolo. Nella volontà
della regista c’è anche infatti il desiderio di posare lo
sguardo sull’istituzione familiare coreana. Inutile dire che
si tratta di uno sguardo quanto mai critico, che denuncia
l’ipocrisia della famiglia media, così divisa tra la sua volontà
di apparire felice e il suo lato più oscuro e segreto, che
nasconde frustrazioni e sofferenze, come nel caso di Yun e
Jung-won. Ed è proprio il tavolo, il Tavolo per quattro,
il luogo di ritrovo di tale famiglia che non riesce a comunicare
e che costringe i suoi componenti a nascondere le proprie
verità più intime. Ancora, però, non si può non notare, nelle
affermazioni della regista una notevole disparità tra gli
intenti (troppi e spropositati) e i risultati effettivi ottenuti
in The Uninvited (ben più modesti), quasi come se Lee
Soo-youn abbia voluto raccontare troppe cose finendo solo
per accennarle e non sviluppandole in maniera organica.