Kim Ki-duk esprime la propria visione del
mondo al battito incessante di un film all'anno, tanto da
costringerci a considerare ogni film come segmento di un'opera
in divenire. Ma se con L'arco il cammino del regista
coreano pareva essersi temporaneamente fermato, come in un'area
di sosta, tanto per riprendere fiato, per fare il punto sugli
elementi messi in campo, per riflettere sull'esperienza visiva
e sul senso della "messa in quadro" - per cui L'arco
esibiva stilemi e significati sviluppati precedentemente,
in una sorta di summa riassuntiva - con Time Kim riparte
dai concetti di astrazione e stilizzazione ritornando all'origine:
non del suo cinema ipertrofico come pare suggerirci il manifesto
del suo secondo caotico film Wild Animals, che campeggia
in una delle scene iniziali di Time (così esibito pare
più uno scherzo da falsa traccia che un indicatore di senso);
è piuttosto un ritorno alle cause che originano l'umana disperazione,
ovvero la perdita di identità e la vana ricerca nel contatto
con l'altro da sé.
Seguita la pista del silenzio, inteso in chiave mistica, come
via spirituale per svelare i rapporti che regolano le esistenze
degli individui e i loro respiri, il loro intrecciarsi, Kim
Ki-duk riconquista il verbo e pare rispiegarci i motivi del
suo cinema, attraverso un racconto circolare che ricorda l'avvitamento
temporale di Primavera, estate, autunno, inverno… e
ancora primavera, ma che rifugge dalla dimensione ascetica
del tempio buddista, isolato e centro al tempo stesso del
mondo.
L'ossessione di Seh-hee, convinta di non piacere più al suo
ragazzo, probabilmente stanco di osservare le stesse fattezze
e, per questo, attratto dalla novità rappresentata da qualsiasi
altra donna, è l'ossessione dell'individuo contemporaneo soffocato
dalla paura di essere inadeguato, di non servire gli altri
o di deluderne le aspettative, sotto la minaccia delle novità
di un mondo-mercato, che induce a desiderare quel che non
si possiede. In tal senso il film di Kim non è una denuncia
rivolta all'universo dell'artefazione delle carni, alla facilità
con cui "la plastica" regala il sogno della bellezza (o la
realizzazione del sogno di essere ciò che si è desiderato
essere, come l'Agrado almodovariano); è invece una riflessione
su come il tempo nel nostro presente smorzi le passioni, la
voglia di scoprire l'altro, la curiosità verso la persona
amata. Se l'unica arma è eludere il tempo modificando le superfici
del proprio corpo, allora la battaglia è persa in partenza
perché le profondità rimangono le stesse, la propria natura
inalterata.
Seh-hee cerca di rinvigorire il rapporto con l'uomo amato,
sottoponendosi ad un oblio di sei mesi: tanto è il tempo che
ci vuole per assumere un altro aspetto, per diventare ciò
che si ritiene bello e affascinante, e riconquistare di nuovo
il territorio che si crede perduto: ovvero l'amante, bisognoso
di stimoli nuovi, di avventurarsi in zone apparentemente sconosciute.
Sei mesi come tempo della metamorfosi, ma come tempo per verificare
il reale dramma di una perdita. Se infatti Seh-hee sceglie
di trasformarsi e seguire come un "uomo nero" e senza volto
Ji-woo, Ji-woo a sua volta annega nella solitudine e verifica
quanto vana sia la ricerca del tesoro perduto nel surrogato
costituito da altre donne.
Come al solito i simboli si sprecano nel cinema del coreano
e a tratti soffocano lo spettatore: dal parco-museo sull'isola
di Mo, dove le sculture rappresentano gli stadi di ogni rapporto
amoroso, fino alla marea che segna lo scorrere del tempo e
che isola i personaggi sulla sommità di una scultura a forma
di mano che invita all'ascensione verso l'infinito (tipo un
Brancusi rivelato). L'opera di Kim da sempre parte da dati
reali, ma si affida al simbolo visivo e alla metafora per
raccontare la contemporaneità.
Si è detto più volte di come in generale i registi coreani
di penultima e ultima generazione siano condizionati dalla
storia del loro paese dal dopo guerra di Corea. La ricerca
di un'identità nazionale, i rapporti con i cugini del nord
e con il mondo occidentale, si riflettono sull'individuo e
ne condizionano la percezione del mondo. Ma credo che nel
cinema di Kim, dove questa sotto traccia esiste e a tratti
sequestra le sue opere (vedi The Coast Guard o Address Unknow),
il discorso si allarghi e voglia diventare universale. Lo
spiazzamento dell'individuo di fronte all'omologazione, ad
esempio, o la follia come conseguenza di un desiderio inappagato
di possedere l'altro/a, l'incomunicabilità che disegna invincibili
solitudini, appartengono all'uomo moderno come un cancro lacerante.
Time non è un film sociologico. Coglie l'ambiguità del bisturi,
senza mettere sotto inchiesta un popolo che non si accetta
e che ricorre alla chirurgia per potersi specchiare con un
sorriso ogni mattina (in Corea pare sia il 50%): taglia invece
i suoi personaggi, illusi di poter vincere la propria natura
effimera (come i sentimenti) nascondendosi dietro una maschera
per ricominciare da capo. Peccato che quella maschera sia
per sempre e non riesca a cancellare i ricordi di un'anima
che nessun bisturi può rimodellare. Così i corpi impazziti
di Kim Ki-duk si sdoppiano e tentano, in questa moltiplicazione,
di ritrovare l'equazione di un amore distrutto dalla frammentazione
di linee e superfici che non riescono più a fare un volto
rassicurante. La metamorfosi di Seh-hee è spaventosamente
magrittiana: non nell'evidente riferimento al volto coperto
(ancora una volta il regista-pittore mente quando si fa esplicito),
ma alla poetica dell'artista belga, fondata sull'ambiguità
tra realtà effettiva e realtà sognata e sulla collisione dei
due mondi in ogni uomo. La collisione in Seh-hee genera un
delirio senza via d'uscita, un paradosso temporale figlio
del paradossale tentativo di cancellare il passato. Che invece
persiste nei ricordi che la donna nuova ha di una se stessa
vecchia e odiata, e che emerge nella folle gelosia scagliata
contro l'uomo amato, colpevole di averla tradita col suo doppio.
I personaggi di Kim sono pervasi da una sconcertante povertà
di mezzi espressivi, se è vero che per rinnovare il presente
sono costretti a cancellazioni progressive del passato (e
ci risiamo con la sottotraccia di un paese diviso tra tradizione
e illusione di rinnovamento). Tanto che Ji-woo non trova di
meglio che rimodellare il suo volto per tentare un azzeramento
che permetta di ricostruire un rapporto amoroso, nel vortice
di una follia contagiosa che porta alla tragedia della morte
violenta, quale via di fuga per sottrarsi al dramma della
realtà. Nella società dell'usa e getta, l'amore salva quando
gli individui conoscono se stessi e per questo diventano capaci
di calarsi nella profondità di chi si ama.
Siamo nei territori spietati di Bad Guy. Con la differenza
che in Time l'eccessiva astrazione del racconto rischia di
confondersi con l'approssimazione del testo narrativo, che
ne risulta a tratti sfilacciato, nel momento in cui i passaggi
significativi sono affidati a statici elementi simbolici.
Il cammino di Kim riparte da qui, con l'impressione che il
suo percorso artistico potrebbe ripercorrere una strada già
tracciata (come accade a Seh-hee) ma, si spera, con un bagaglio
più ricco, per descrivere le stagioni dei suoi disperati personaggi.
Autunno, Inverno, Primavera, Estate… e ancora Autunno.