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Time di Kim Ki-duk
di Alessandro Leone

Kim Ki-duk esprime la propria visione del mondo al battito incessante di un film all'anno, tanto da costringerci a considerare ogni film come segmento di un'opera in divenire. Ma se con L'arco il cammino del regista coreano pareva essersi temporaneamente fermato, come in un'area di sosta, tanto per riprendere fiato, per fare il punto sugli elementi messi in campo, per riflettere sull'esperienza visiva e sul senso della "messa in quadro" - per cui L'arco esibiva stilemi e significati sviluppati precedentemente, in una sorta di summa riassuntiva - con Time Kim riparte dai concetti di astrazione e stilizzazione ritornando all'origine: non del suo cinema ipertrofico come pare suggerirci il manifesto del suo secondo caotico film Wild Animals, che campeggia in una delle scene iniziali di Time (così esibito pare più uno scherzo da falsa traccia che un indicatore di senso); è piuttosto un ritorno alle cause che originano l'umana disperazione, ovvero la perdita di identità e la vana ricerca nel contatto con l'altro da sé.
Seguita la pista del silenzio, inteso in chiave mistica, come via spirituale per svelare i rapporti che regolano le esistenze degli individui e i loro respiri, il loro intrecciarsi, Kim Ki-duk riconquista il verbo e pare rispiegarci i motivi del suo cinema, attraverso un racconto circolare che ricorda l'avvitamento temporale di Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, ma che rifugge dalla dimensione ascetica del tempio buddista, isolato e centro al tempo stesso del mondo.
L'ossessione di Seh-hee, convinta di non piacere più al suo ragazzo, probabilmente stanco di osservare le stesse fattezze e, per questo, attratto dalla novità rappresentata da qualsiasi altra donna, è l'ossessione dell'individuo contemporaneo soffocato dalla paura di essere inadeguato, di non servire gli altri o di deluderne le aspettative, sotto la minaccia delle novità di un mondo-mercato, che induce a desiderare quel che non si possiede. In tal senso il film di Kim non è una denuncia rivolta all'universo dell'artefazione delle carni, alla facilità con cui "la plastica" regala il sogno della bellezza (o la realizzazione del sogno di essere ciò che si è desiderato essere, come l'Agrado almodovariano); è invece una riflessione su come il tempo nel nostro presente smorzi le passioni, la voglia di scoprire l'altro, la curiosità verso la persona amata. Se l'unica arma è eludere il tempo modificando le superfici del proprio corpo, allora la battaglia è persa in partenza perché le profondità rimangono le stesse, la propria natura inalterata.
Seh-hee cerca di rinvigorire il rapporto con l'uomo amato, sottoponendosi ad un oblio di sei mesi: tanto è il tempo che ci vuole per assumere un altro aspetto, per diventare ciò che si ritiene bello e affascinante, e riconquistare di nuovo il territorio che si crede perduto: ovvero l'amante, bisognoso di stimoli nuovi, di avventurarsi in zone apparentemente sconosciute. Sei mesi come tempo della metamorfosi, ma come tempo per verificare il reale dramma di una perdita. Se infatti Seh-hee sceglie di trasformarsi e seguire come un "uomo nero" e senza volto Ji-woo, Ji-woo a sua volta annega nella solitudine e verifica quanto vana sia la ricerca del tesoro perduto nel surrogato costituito da altre donne.
Come al solito i simboli si sprecano nel cinema del coreano e a tratti soffocano lo spettatore: dal parco-museo sull'isola di Mo, dove le sculture rappresentano gli stadi di ogni rapporto amoroso, fino alla marea che segna lo scorrere del tempo e che isola i personaggi sulla sommità di una scultura a forma di mano che invita all'ascensione verso l'infinito (tipo un Brancusi rivelato). L'opera di Kim da sempre parte da dati reali, ma si affida al simbolo visivo e alla metafora per raccontare la contemporaneità.
Si è detto più volte di come in generale i registi coreani di penultima e ultima generazione siano condizionati dalla storia del loro paese dal dopo guerra di Corea. La ricerca di un'identità nazionale, i rapporti con i cugini del nord e con il mondo occidentale, si riflettono sull'individuo e ne condizionano la percezione del mondo. Ma credo che nel cinema di Kim, dove questa sotto traccia esiste e a tratti sequestra le sue opere (vedi The Coast Guard o Address Unknow), il discorso si allarghi e voglia diventare universale. Lo spiazzamento dell'individuo di fronte all'omologazione, ad esempio, o la follia come conseguenza di un desiderio inappagato di possedere l'altro/a, l'incomunicabilità che disegna invincibili solitudini, appartengono all'uomo moderno come un cancro lacerante.
Time non è un film sociologico. Coglie l'ambiguità del bisturi, senza mettere sotto inchiesta un popolo che non si accetta e che ricorre alla chirurgia per potersi specchiare con un sorriso ogni mattina (in Corea pare sia il 50%): taglia invece i suoi personaggi, illusi di poter vincere la propria natura effimera (come i sentimenti) nascondendosi dietro una maschera per ricominciare da capo. Peccato che quella maschera sia per sempre e non riesca a cancellare i ricordi di un'anima che nessun bisturi può rimodellare. Così i corpi impazziti di Kim Ki-duk si sdoppiano e tentano, in questa moltiplicazione, di ritrovare l'equazione di un amore distrutto dalla frammentazione di linee e superfici che non riescono più a fare un volto rassicurante. La metamorfosi di Seh-hee è spaventosamente magrittiana: non nell'evidente riferimento al volto coperto (ancora una volta il regista-pittore mente quando si fa esplicito), ma alla poetica dell'artista belga, fondata sull'ambiguità tra realtà effettiva e realtà sognata e sulla collisione dei due mondi in ogni uomo. La collisione in Seh-hee genera un delirio senza via d'uscita, un paradosso temporale figlio del paradossale tentativo di cancellare il passato. Che invece persiste nei ricordi che la donna nuova ha di una se stessa vecchia e odiata, e che emerge nella folle gelosia scagliata contro l'uomo amato, colpevole di averla tradita col suo doppio. I personaggi di Kim sono pervasi da una sconcertante povertà di mezzi espressivi, se è vero che per rinnovare il presente sono costretti a cancellazioni progressive del passato (e ci risiamo con la sottotraccia di un paese diviso tra tradizione e illusione di rinnovamento). Tanto che Ji-woo non trova di meglio che rimodellare il suo volto per tentare un azzeramento che permetta di ricostruire un rapporto amoroso, nel vortice di una follia contagiosa che porta alla tragedia della morte violenta, quale via di fuga per sottrarsi al dramma della realtà. Nella società dell'usa e getta, l'amore salva quando gli individui conoscono se stessi e per questo diventano capaci di calarsi nella profondità di chi si ama.
Siamo nei territori spietati di Bad Guy. Con la differenza che in Time l'eccessiva astrazione del racconto rischia di confondersi con l'approssimazione del testo narrativo, che ne risulta a tratti sfilacciato, nel momento in cui i passaggi significativi sono affidati a statici elementi simbolici.
Il cammino di Kim riparte da qui, con l'impressione che il suo percorso artistico potrebbe ripercorrere una strada già tracciata (come accade a Seh-hee) ma, si spera, con un bagaglio più ricco, per descrivere le stagioni dei suoi disperati personaggi.
Autunno, Inverno, Primavera, Estate… e ancora Autunno.

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