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Cut di Park Chan-wook (episodio di Three...Extremes)
di Lorenzo Bertolucci

Tre episodi, tre registi, tre nazionalità, tre modi differenti di raccontare l'orrore: la formula che aveva dato origine - con risultati diseguali - al film del 2002 Three, viene riproposta in Three...extremes, coinvolgendo stavolta tre registi di grande fama. L'eclettico e prolifico Takashi Miike firma l'episodio giapponese, Box: un controllatissimo, calligrafico esercizio di stile che riesce a creare una sottile inquietudine ma lascia qualche sospetto di un calcolo eccessivo. Per Hong Kong, Fruit Chan realizza con il suo Dumplings un elegante raccontino macabro velato di critica sociale, tutto sommato rapidamente dimenticabile malgrado un finale incisivo. Ma a risultare il più riuscito, originale e - a sorpresa - esilarante del terzetto è proprio il segmento coreano dell'eccellente Park Chan-wook, Cut.
Reduce dalle situazioni di insostenibile intensità e violenza psicologica delle sue ultime, entusiasmanti opere incentrate sulla vendetta (i celebratissimi Sympathy for Mr.Vengeance e Old Boy), Park conserva, nei 40 minuti di Cut, tutti i suoi topoi prediletti e la sua personale cifra stilistica, virandoli però decisamente verso toni comico-grotteschi di divertito sadismo. Abbiamo ancora una vendetta, stavolta perpetrata da un'ex comparsa fallita e invidiosa ai danni di un regista di successo e della sua giovane moglie pianista; quest'ultima si ritrova legata ad un marchingegno di tortura quantomai cervellotico e spettacolare, mentre il malcapitato marito deve tirar fuori il peggio di se', costretto a decidere se salvare le preziose dita della moglie dal taglio di un'accetta, o strangolare un'innocente bambina. La tensione sale, le prime dita vengono tranciate, e gli animi delle vittime iniziano a rivelare inaspettati lati oscuri...
C'è chi ha parlato di Cut come di un virtuosistico divertissement. In effetti, diciamolo subito, qui Park Chan-wook (anche autore della sceneggiatura) si è innegabilmente divertito a costruire una storia tutta tesa all'eccesso grottesco e al grand guignol, colorandola di un devastante umorismo più nero del nero; Cut è quasi una sapiente autoparodia, non solo perché ribalta su un côté delirante le tematiche delle opere precedenti di Park, ma anche perché di Park porta quasi all'esasperazione lo stile virtuosistico, barocco e traboccante d'inventiva.
Le intenzioni del regista stanno già tutte nella scena d'apertura, un pirotecnico piano sequenza che viaggia senza soluzione di continuità attraverso il set del film che il protagonista sta dirigendo (un horror interpretato da Yeom Jeong-ah in amichevole comparsata), e che, con l'aiuto degli effetti digitali, attraversa letteralmente corpi ed oggetti, fino ad un primo piano del regista del film nel film che ordina il "cut", chiudendo così la sequenza ed introducendo il titolo dell'episodio. Vertiginosa bravura formale fine a se' stessa? No, solo l'inizio adeguato per un film che - con ironica consapevolezza, e non per sterile voglia di stupire - spinge all'eccesso tutto quanto: stile, sadismo, demenzialità grottesca, caratterizzazioni dei personaggi.
E proprio i personaggi sono un'altra grande forza di Cut: esasperati dalla follia e dalla tensione, prigionieri di un crescendo di atrocità in cui si ritrovano precipitati loro malgrado, reagiscono con comica inadeguatezza o stralunata bizzarria. Dal folle che per farsi riconoscere indossa demenziali abiti di scena, al regista che si cala i pantaloni e si cimenta in una volgarità di dubbio gusto nel tentativo di far ridere il suo carnefice, alla mogliettina vittimizzata ma assai più feroce di quanto non sembri, i protagonisti del film risultano perfettamente in tono con l'ambiente in cui la sadica sceneggiatura di Park si è divertita a calarli. Esemplari, in questo senso, le interpretazioni di tutti gli attori, con una nota di merito per la bella Kang Hye-jung (già indimenticabile in Old Boy), che deve tratteggiare un personaggio ambiguamente sopra le righe rimanendo legata e imbavagliata per tutto il tempo.
Umorismo nero, sadismo gore, virtuosismi visivi e narrativi: l'etichetta di divertissement sembra quindi aderire a meraviglia alle allegre atrocità di Cut. Ma c'è dell'altro. Del divertissement, Cut ha appunto i pregi finora elencati, ma non ha i difetti: il rischio di un'operazione del genere era infatti quello di esagerare, calcare troppo la mano sull'eccesso e sul grottesco, realizzando un filmetto confusionario e vuoto che avrebbe finito per divertire soltanto il suo autore. Non è questo il caso; innanzitutto i barocchismi visivi risultano perfettamente funzionali alla storia, essendo di per se' eccessivi ma quasi mai in eccesso; e in aggiunta a ciò, Park distilla nel suo mediometraggio tutte le tematiche a lui care (inutilità della vendetta, tendenza umana alla cieca autodistruzione, impossibilità di salvezza e redenzione), seppur con piglio diverso, assai meno tragico e in apparenza più "leggero", rispetto ai suoi precedenti lungometraggi. Ed ecco che con crescente inquietudine assistiamo allo svelamento via via più sgradevole del vero volto dei protagonisti, alla trasformazione delle vittime in mostri a loro volta; nel cinema di Park, chi subisce una vendetta sembra ineluttabilmente spinto a macchiarsi a sua volta di efferatezze ancora peggiori, in una discesa senza fine. Qui, le violenze subite dal regista e da sua moglie portano alla luce grettezze e rancori reciproci fino a quel momento sepolti sotto i falsi sorrisi di una vita agiata, e i due si mettono l'uno contro l'altra, fino all'inevitabile finale. Finale che, va detto, non ricerca affatto il colpo di scena gratuito, ma anzi costituisce la definitiva prova della frustrazione, della falsità e della meschinità di queste "vittime" altoborghesi ormai rivelatesi i veri carnefici di una società malata.
Gli unici difetti di questo episodio coreano di Three...Extremes stanno forse nel prefinale, che soffre della troppa esasperazione grandguignolesca fin lì accumulata: un piccolo colpo di scena evitabile, qualche effetto digitale di troppo, un sovraccarico che non giova. Tutti elementi che in ogni caso non arrivano a scalfire un film che è una corsa sfrenata in un tunnel degli orrori, coronata da un ambiguo finale. Un'ulteriore prova, se ce ne fosse ancora bisogno, dell'immenso talento visivo e narrativo di Park, nonché un'inattesa dimostrazione di eclettismo da parte di questo
straordinario regista.

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