Girato con budget limitato,
il dodicesimo film di Kim Ki-duk pare un'ulteriore tappa verso
un cinema astratto e narrativo al tempo stesso, che pare marchiare
gli ultimi film del regista coreano. The Bow però sembra mancare di originalità, se consideriamo
la filmografia di Kim: si ha l'impressione a più riprese di
assistere ad una sorta di antologia simbolica del mondo kimiano,
per la presenza di elementi che rimandano esplicitamente ad
altre opere. Così se da un lato potremmo interpretare la reiterazione
di situazioni e segni come l'affermazione decisa che - pur
avendo ammorbidito i toni del racconto e spostato la riflessione
su piani più "metafisici" - l'universo di appartenenza rimane
immutato, allo stesso tempo risulta chiaro il rischio di eccessiva
autoreferenzialità. The Bow, è bene dirlo, è un film imperfetto, un'opera
che pare incompleta, confezionata troppo velocemente, che
vive su uno spunto interessante, ma che manca di una riflessione
profonda sul dettaglio: ovvero quelle meravigliose spillette
con cui il regista contrappunta le sue opere migliori, elementi
apparentemente secondari che danno corpo alla narrazione,
aprendo ramificazioni di senso. Più che la voglia di preparare
il film da festival (come alcuni critici hanno affermato),
pare che in Kim ci sia un'urgenza incontenibile di esprimere
la propria arte, attraverso una pratica continua e vorticosa,
che vuole trovare un pubblico a tutti i costi: come fosse
un pittore (e lo è pure) incapace di fermare il pennello.
Ovviamente il cinema non si presta alla velocità espressiva
di altre forme d'arte: un film difficilmente può essere percepito
come bozzetto, ponendosi invece come opera finita; mentre
il regista crea come tasselli di un'unica opera totale; un
puzzle che compone un percorso dialettico che vuole riflettere
sul sistema uomo, affetto da un male che pare caratterizzarlo
dalla nascita, come un'infezione che rende precari rapporti
e relazioni, un dialogo autentico, uno spazio di vita che
possa trascendere le pulsioni violente al possesso (dell'altro
da sé) ed esaltare le qualità del singolo. Ferro 3 tracciava una via d'uscita, descrivendo un
amore oltre il dato fisico in uno spazio interiore che non
chiede mura e recinti ma solo l'apertura al prossimo. Con
The Bow, invece, Kim dipinge un rapporto costruito
su un'ambiguità che, per essere vinta, chiede un sacrifico.
Un uomo anziano vive con una ragazzina su un peschereccio
in mare aperto. Lui, che l'ha recuperata piccola e cresciuta,
aspetta il diciassettesimo anno di lei per sposarla. Gli ospiti,
pescatori che arrivano dalla terra ferma, tentano di avvicinare
la bella adolescente, protetta dall'uomo che presto le rivela
impaziente le vere intenzioni, soprattutto dopo che lei si
innamora di un giovane pescatore. Il suicidio finale di lui
che si tuffa in mare dopo aver scagliato la freccia con il
suo arco e che torna sotto forma di vento per possederla fino
al ritorno dalla freccia in mezzo alle gambe di lei, è forse
fin troppo esplicito nella simbologia. Si capisce come siano
presenti tutti i luoghi della mitologia kimiana: la barca
isola che rimanda a Seom e a Primavera, estate...
(ma per estesa metafora a gran parte dei suoi film), il
quasi mutismo dei personaggi (Ferro 3), la presenza
simbolica di pesci e ami (addirittura una citazione trasparente
a Seom), l'amore afferrato con prepotenza e il desiderio
che annebbia la ragione. Si ha quasi l'impressione di essere
di fronte ad una variazione sul tema, dove il finale sancisce
un'ipotesi di relazione profonda ancora diversa dai precedenti
racconti, ancora più astratta, come se fosse impossibile trovare
la felicità nella concretezza materiale del quotidiano vivere.
L'arco che da il titolo al film, è via via arma di difesa
per allontanare i pescatori occasionali che, come in Samaritan
Girl, Bad Guy o Seom, lontani dal nucleo
familiare di appartenenza diventano lupi libidinosi pronti
ad approfittare anche di una minorenne; ma l'arco è pure strumento
musicale che enfatizza quelli che dovrebbero essere i momenti
più lirici (uno dei punti deboli della pellicola dove la musica
falsamente dietetica toglie invece di aggiungere); ed ancora
l'arco utilizzato per leggere il futuro attraverso una pratica
(l'invenzione migliore del film) che richiama ad una sinergia
perfetta l'uomo e la ragazza: questa dondola su un altalena
posta sul fianco dell'imbarcazione dove è dipinto un buddha,
mentre il vecchio da una barchetta scaglia tre frecce verso
il dipinto evitando la ragazza come fosse un lanciatore di
coltelli. La posizione delle tre frecce offre il responso
interpretato dalla ragazza.
L'arco dell'uomo e la traiettoria arcuata della giovane definiscono
così un rapporto ambiguo padre/figlia, ma caratterizzato dal
desiderio amoroso scoperto nel primo, latente nella seconda.
Questo lo spunto più intrigante in un'opera che forse manca
della bellezza visiva a cui ci aveva abituato il regista,
ma soprattutto di quei tempi sospesi che hanno caratterizzato
le tre opere precedenti (ma anche Birdcage Inn e Seom),
dove anche uno sguardo riusciva a suggerire la dimensione
psicologica in cui erano calati i personaggi. The Bow va forse afferrato per quei momenti (e ce ne
sono) in cui l'autore pare seminare elementi nuovi nel suo
cinema, sempre più work in progress, che lasciano intravedere
il perfezionamento di un meccanismo narrativo che potrebbe
tornare al cinema dei silenzi, abolendo la parola, in una
sintesi estrema tra suoni e immagini. L'essenzialità linguistica:
come forma d'arte e forse come ipotesi per riconquistare una
forma di comunicazione più vera che affranchi l'uomo dall'isolamento
affettivo.