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The Bow (L'arco) di Kim Ki-duk
di Alessando Leone

Girato con budget limitato, il dodicesimo film di Kim Ki-duk pare un'ulteriore tappa verso un cinema astratto e narrativo al tempo stesso, che pare marchiare gli ultimi film del regista coreano.
The Bow però sembra mancare di originalità, se consideriamo la filmografia di Kim: si ha l'impressione a più riprese di assistere ad una sorta di antologia simbolica del mondo kimiano, per la presenza di elementi che rimandano esplicitamente ad altre opere. Così se da un lato potremmo interpretare la reiterazione di situazioni e segni come l'affermazione decisa che - pur avendo ammorbidito i toni del racconto e spostato la riflessione su piani più "metafisici" - l'universo di appartenenza rimane immutato, allo stesso tempo risulta chiaro il rischio di eccessiva autoreferenzialità.
The Bow, è bene dirlo, è un film imperfetto, un'opera che pare incompleta, confezionata troppo velocemente, che vive su uno spunto interessante, ma che manca di una riflessione profonda sul dettaglio: ovvero quelle meravigliose spillette con cui il regista contrappunta le sue opere migliori, elementi apparentemente secondari che danno corpo alla narrazione, aprendo ramificazioni di senso. Più che la voglia di preparare il film da festival (come alcuni critici hanno affermato), pare che in Kim ci sia un'urgenza incontenibile di esprimere la propria arte, attraverso una pratica continua e vorticosa, che vuole trovare un pubblico a tutti i costi: come fosse un pittore (e lo è pure) incapace di fermare il pennello. Ovviamente il cinema non si presta alla velocità espressiva di altre forme d'arte: un film difficilmente può essere percepito come bozzetto, ponendosi invece come opera finita; mentre il regista crea come tasselli di un'unica opera totale; un puzzle che compone un percorso dialettico che vuole riflettere sul sistema uomo, affetto da un male che pare caratterizzarlo dalla nascita, come un'infezione che rende precari rapporti e relazioni, un dialogo autentico, uno spazio di vita che possa trascendere le pulsioni violente al possesso (dell'altro da sé) ed esaltare le qualità del singolo.
Ferro 3 tracciava una via d'uscita, descrivendo un amore oltre il dato fisico in uno spazio interiore che non chiede mura e recinti ma solo l'apertura al prossimo. Con The Bow, invece, Kim dipinge un rapporto costruito su un'ambiguità che, per essere vinta, chiede un sacrifico.
Un uomo anziano vive con una ragazzina su un peschereccio in mare aperto. Lui, che l'ha recuperata piccola e cresciuta, aspetta il diciassettesimo anno di lei per sposarla. Gli ospiti, pescatori che arrivano dalla terra ferma, tentano di avvicinare la bella adolescente, protetta dall'uomo che presto le rivela impaziente le vere intenzioni, soprattutto dopo che lei si innamora di un giovane pescatore. Il suicidio finale di lui che si tuffa in mare dopo aver scagliato la freccia con il suo arco e che torna sotto forma di vento per possederla fino al ritorno dalla freccia in mezzo alle gambe di lei, è forse fin troppo esplicito nella simbologia. Si capisce come siano presenti tutti i luoghi della mitologia kimiana: la barca isola che rimanda a Seom e a Primavera, estate... (ma per estesa metafora a gran parte dei suoi film), il quasi mutismo dei personaggi (Ferro 3), la presenza simbolica di pesci e ami (addirittura una citazione trasparente a Seom), l'amore afferrato con prepotenza e il desiderio che annebbia la ragione. Si ha quasi l'impressione di essere di fronte ad una variazione sul tema, dove il finale sancisce un'ipotesi di relazione profonda ancora diversa dai precedenti racconti, ancora più astratta, come se fosse impossibile trovare la felicità nella concretezza materiale del quotidiano vivere.
L'arco che da il titolo al film, è via via arma di difesa per allontanare i pescatori occasionali che, come in Samaritan Girl, Bad Guy o Seom, lontani dal nucleo familiare di appartenenza diventano lupi libidinosi pronti ad approfittare anche di una minorenne; ma l'arco è pure strumento musicale che enfatizza quelli che dovrebbero essere i momenti più lirici (uno dei punti deboli della pellicola dove la musica falsamente dietetica toglie invece di aggiungere); ed ancora l'arco utilizzato per leggere il futuro attraverso una pratica (l'invenzione migliore del film) che richiama ad una sinergia perfetta l'uomo e la ragazza: questa dondola su un altalena posta sul fianco dell'imbarcazione dove è dipinto un buddha, mentre il vecchio da una barchetta scaglia tre frecce verso il dipinto evitando la ragazza come fosse un lanciatore di coltelli. La posizione delle tre frecce offre il responso interpretato dalla ragazza.
L'arco dell'uomo e la traiettoria arcuata della giovane definiscono così un rapporto ambiguo padre/figlia, ma caratterizzato dal desiderio amoroso scoperto nel primo, latente nella seconda. Questo lo spunto più intrigante in un'opera che forse manca della bellezza visiva a cui ci aveva abituato il regista, ma soprattutto di quei tempi sospesi che hanno caratterizzato le tre opere precedenti (ma anche Birdcage Inn e Seom), dove anche uno sguardo riusciva a suggerire la dimensione psicologica in cui erano calati i personaggi.
The Bow va forse afferrato per quei momenti (e ce ne sono) in cui l'autore pare seminare elementi nuovi nel suo cinema, sempre più work in progress, che lasciano intravedere il perfezionamento di un meccanismo narrativo che potrebbe tornare al cinema dei silenzi, abolendo la parola, in una sintesi estrema tra suoni e immagini. L'essenzialità linguistica: come forma d'arte e forse come ipotesi per riconquistare una forma di comunicazione più vera che affranchi l'uomo dall'isolamento affettivo.

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