Al Festival di Venezia, per due anni consecutivi
la Corea ha scandalizzato critica e pubblico con due film
forti, dove sesso e violenza sono esposti e urlati limpidamente
in un binomio perfetto: Lies
nel 1999 e The
Isle lo scorso settembre. Metafora di una necessità
d'espressione spesso bloccata dalla censura, simbolo di liberazione
e libertà artistica il sesso e la violenza in Corea non hanno
bisogno di veli, e si mostrano nudi agli occhi di un pubblico
occidentale-festivaliero che dovrebbe essere già abituato
ad un certo tipo di cinema. Ma puntuali arrivano disappunto
e disgusto della sala. L'anno scorso The
Isleaveva diviso in due il pubblico veneziano:
svenimenti, fischi, lunghi applausi durante la proiezione,
urla…
Quest'anno si esce fuori dalla metafora. Berlino presenta
un giovane cineasta coreano al suo secondo lungometraggio,
Im Sang-soo: pantaloni stretti che si aprono in fondo, scarpe
da ginnastica stile cartone animato, occhiali da sole anche
nella sala di proiezione, giacca tecno-style. Quasi un personaggio
uscito dal suo Tears, lacrime: "Il mio film parla di un gruppo
di ragazzi di Seul, che fanno del sesso, si drogano, si picchiano…Divertitevi".
Poche e chiare parole del regista (per la presentazione del
film nella sezione Panorama Special) che rendono bene l'idea:
divertimento. Musica rock-tecno, masturbazioni in tempo reale
e francamente esplicite, sniffate di gas e derivati, circondono
la vita di quattro ragazzini della periferia di Seul: una
prostituta un po' ritardata e il suo ragazzo nullafacente,
piccolo boss della zona, una ragazza svogliata che finirà
anche lei nel bordello dell'amica , costretta ad una relazione
sessuale con il padrone alcolizzato, il suo giovane ragazzo
dal quale era stata iniziata sessualmente, e che nel finale
sarà il suo "salvatore". Girato in digitale, il film mostra
scene forti per lo stomaco, a volte esagerate e caricate,
ma, a differenza di The
Isle per esempio, il tono credibile e fuor di metafora
le inserisce in un quadro realista, che descrive una situazione
esistente, per di piu' estendibile alla maggior parte delle
periferie delle grandi metropoli. La macchina da presa si
fa sguardo del personaggio, prende parte, si schiera, si inserisce
nelle feste di diciassettenni disfatti dalla netta chiusura
della città, che ad essi non offre nulla se non strade sulle
quali far rombare le nuove moto rubate, trovare affari di
droga e feste-orgia in cui le ragazze obbligate a spogliarsi
sono picchiate se rifiutano di esibire i loro seni ancora
poco maturi. A volte, invece, la MDP diviene sguardo oggettivo
e ufficiale di un potere palpabile e presente nella sua assenza,
o meglio ancora, nella sua indifferenza: le inquadrature dall'alto,
come da una telecamera di sorveglianza, incorniciano scene
di inseguimenti e lotte omicide, con un sonoro leggero e a
volte assente a marcarne la presa di distanza, e allo stesso
tempo l'impotenza di un intervento che é solo sempre e limitatamente
poliziesco e repressivo, complice di una situazione di degrado
urbano e sociale. Alcool, inseguimenti e incontri inattesi
con lontani genitori distratti condiscono la lunghe giornate
"normali" ai margini di Seul. Ma in questo agglomerato di
sangue e cemento c'è ancora spazio per la poesia di una lacrima,
così forte ed umana nel solco del viso annerito dal fumo di
un incendio, o dallo scoppio surreale di un sacchetto di plastica
gonfio di gas da sniffare. Lacrime. Lacrime di una ragazzina
incinta picchiata dal "padrone" del bordello. Solitudine.
Solitudine di un padre che offre ua sigaretta ad un figlio
ormai troppo grande per rifiutarla. Un film girato con attori
non professionistie bravissimi, che dimostra coraggio e semplicità,
capace di affrontare realtà sociali con la piena consapevolezza
del mezzo cinematografico, lanterna magica che offre spazio
ad uno stile che attinge con disinvoltura al cartone animato
e ai fumetti, al taglio e al panorama del cinema coreano contemporaneo
spogliandolo della poesia e della metafora per una diretta
volontà descrittiva e, allo stesso tempo, di puro divertimento.