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Tale of Two Sisters
di Paolo Bertolin

Ci sono film che, troppo tesi alla ricerca di un bello fine a se stesso, di un’eleganza di forme e apparenza, di una rigida armonia testuale interna, affondano nell’abisso della maniera, dimentichi del soffio vitale dell’ispirazione, anima stessa del cinema. Adattando alla contemporaneità un racconto archetipico del folklore classico coreano (Janghwa, Hongryeon – due nomi femminili: letteralmente Fiore di rosa, Loto rosso), già portato sullo schermo cinque volte tra il 1924 e il 1975, Kim Jee-woon, che ha saputo svariare con successo tra black comedy horror (The Quiet Family) e wrestlingmania spinta (The Foul King), firma con Tale of Two Sisters un terzo lungometraggio che registra una sontuosa e levigata riuscita dell’impianto estetico, ma segna un pesante scacco sul fronte del dialogo con il potenziale emotivo della narrazione.
Tale of Two Sisters
è un film che si arrocca nella ricerca di una precisione millimetrata nella messa in scena del terrore, barricandosi in una composizione raffinata quanto raggelante del quadro, in una magistrale quanto solipsistica interpretazione (doverosa menzione per l’eccelsa Yeom Jeong-a nel ruolo della matrigna), in una maniacale quanto onanistica ricchezza di set e décor, e immola ogni palpito d’emozione sull’altare di un congegno narrativo troppo oliato per ammettere vibrazioni di verità. Peccato capitale quando ci si addentra nei terreni dell’horror psicologico! L’ouverture in gelida clinica perfusa d’ovvio clinico biancore con medico che interroga l’inquietante bambinetta sul terribile accaduto mette sul chi vive: siamo al cospetto della virtuosistica esecuzione di un pezzo di bravura. Vorremmo pure ricrederci, allorché l’insinuante mdp di Kim ci introduce al presente-passato di caduco calore autunnale, con il ritorno a casa delle sorelline Su-mi e Su-yeon e la risposta glaciale al tentativo di cordiale benvenuto della matrigna Eun-joo, ma passa poco ché lo sgradevole sospetto trovi conferma, rendendo il proseguo della visione una fastidiosa proforma. Sì, perché Kim centellina così matematicamente le dosi di tensione e brividi con il suo algido contagocce, che la meccanicità degli assiomi si smaschera assai prima che la geometria del film abbia portato a dimostrazione il suo teorema. Esito indesiderato ed indesiderabile per il cineasta: dal film si rimane estraniati, esclusi, si subisce con indispettita riprovazione.
Se da un lato Kim si perde nella specchiante lucentezza dei parquet, nella complessa tessitura dei motivi di carte da parati e tendaggi, nei corposi e densi chiaroscuro della sapiente tavolozza luministica del direttore della fotografia Lee Mogae, dall’altro nella scansione scolastica della punteggiatura horror (ancora: un primo, intrigante coup de théâtre fa sperare la fuga dalle carceri del formalismo; allorché il secondo arriva, l’illusione nuovamente tradita ha ormai lessato la tensione), in ambo i casi lo fa a detrimento di pesi e contrappesi in gioco tra personaggi. Il rancore di Su-mi verso la matrigna, i traumi e i fantasmi del suo passato, non prendono mai corpo, non abitano mai il film, se non come presenze troppo materiche per infestare davvero l’animo. E’ così che la vittima designata del film, la matrigna Eun-joo, acquisisce una simpatia da perdente che si ritorce pesantemente contro l’architettura concettuale prevista da Kim. Se il regista, infatti, dichiara di aver preferito una lettura del racconto originale che, rispetto alla chiave moralistica delle precedenti versioni cinematografiche, imperniate sul manicheo conflitto tra bene e male, pone l’accento sul senso di colpa come peso interiore capace di smascherare persino il crimine perfetto, proprio la debolezza del personaggio di Eun-joo, al confronto delle monolitiche e protervie posture di Su-mi, specchio del chiuso perfezionismo del film stesso, la rende più umana e vulnerabile, quindi persino perdonabile, scusabile: tanto più che l’accanirsi contro di lei con turbe psichiche e psicofarmaci conduce al parossismo da vera eroina da mélo.
Kim dichiara altresì di essersi ispirato ad un motivo figurativo ricorrente nei film di Hitchcock: due figure inquadrate dall’alto, un uomo e una donna, l’uomo spara o accoltella la donna, questa si accascia al suolo con un elegante e pieno distendersi della gonna. A Kim, troppo affascinato dalla bellezza dell’orrore e dall’orchestrazione del suo rituale, sfugge però che il gesto, privato del suo senso rimane un vuoto simulacro: affondando il suo coltello nell’angoscia e nel tormento che pervadono legami familiari conflittuali, nel dolore del ricordo e del senso di colpa, bada solo al suadente rigonfiarsi e all’aggraziato spiegarsi delle pieghe di una gonna, dimenticando il sangue che sgorga dalla ferita letale.

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