Take Care of My Cat
di Jeong Jae-eun di Paolo Bertolin
Chi in anni recenti ha frequentato il cinema
coreano ha preso abitudine ad una crescente varietà di forme
espressive sia nel registro del cinema d'autore, con opere
spesso linguisticamente coraggiose ed innovative, sia nelle
proposte più marcatamente commerciali, con film che rivaleggiano
ad armi pari con la produzione hollywoodiana. Take
Care of My Cat della regista esordiente Jeong Jae-eun
fornisce un ottimo esempio di questa vivace polimorfia, collocandosi
abilmente all'intersezione tra le due correnti: commedia al
femminile agrodolce e spigliata, non disdegna il contrappunto
sociologico, distinguendosi così da gran parte dei corrispettivi
prodotti al di là del Pacifico. La Jeong, autrice pure della
sceneggiatura, dà il la al suo film attraverso una breve e
spensierata istantanea. Le cinque protagoniste, con ancora
addosso le divise dell'istituto commerciale di cui hanno appena
conseguito il diploma, scattano una foto ricordo sullo sfondo
del molo della loro città, Incheon. Le ragazze si promettono
di non lasciare che la loro amicizia evapori. L'elegante cesura
prodotta dalla rilassata sequenza in cui una delle protagoniste,
Hae-ju, apre gli ultra moderni infissi dell'ufficio in cui
lavora, marca il salto temporale, e non solo, che comporta
l'ingresso delle cinque amiche nel mondo degli adulti. La
loro adolescenziale vitalità riesplode in occasione della
prima rentrée del circolo amicale: il compleanno di Hae-ju.
In questa sequenza la Jeong, attraverso una sapida gestione
di tempi comici e scansione della messa in scena, sgrezza
la definizione psicologica delle sue eroine. Hae-ju, la più
carina del gruppo, si rivela scostante ed egocentrica; Tae-hee,
all'inverso appare altruista e disponibile e cerca di mantenere
con la sua perseveranza il collante della compagnia; Ji-yeong
sin dall'inizio dimostra una tendenza all'isolamento e una
riservatezza che maschera il suo desiderio di fuga da un'esistenza
deprimente; le due gemelle che completano il quintetto vengono
immediatamente collocate nella posizione più defilata di contraltare
puramente comico (e le situazioni che da loro scaturiscono
sono senza dubbio assai buffe) alle vicende dolce-amare del
trio principale. Lungo i tragitti percorsi da Hae-ju, Tae-hee
e Ji-yeong la Jeong fa scorrere in controluce diapositive
dell'odierna società coreana, commentando così con precisione
lo stato di cose cui deve far fronte un segmento della popolazione
femminile ben definito, segnatamente giovane e di scolarità
non elevata. Hae-ju incarna un prototipo della figura oramai
classica della working girl. Ha abbandonato la città natale,
si è trasferita nella metropoli Seoul e vive indipendente
grazie al lavoro nell'ufficio commerciale di una grande azienda.
La sua carriera è però minata alle basi da una formazione
non avanzata, cosa che, in un ambiente che affonda le sue
radici in una competitività affilata, produce in definitiva
il suo scacco all'avanzare di colleghe di maggior competenza
e personale ancor più gradevole. Stress ed insicurezza si
riflettono in un atteggiamento da "piccola principessa" nei
confronti delle amiche che le aliena pure il loro supporto.
Tae-hee si posiziona agli antipodi rispetto a Hae-ju: lavora
come inserviente nell'esercizio familiare gestito dal padre,
una sorta di sauna tradizionale incentrata su taumaturgiche
pietre che emanano calore, ma non percepisce alcuno stipendio,
quindi rimane economicamente dipendente dalla famiglia. La
ragazza si dedica pure al volontariato, ed in particolare
cura la trascrizione dell'opera di uno scrittore disabile
che si innamora teneramente di lei. La sua generosità però
non viene compresa nell'ambiente familiare, dominato da una
figura paterna grossolana e volgare. Quando l'amica Ji-yeong
si trova però in grossi guai, Tae-hee apre gli occhi e comprende
che è il momento di disincagliarsi dalla secca in cui s'è
arenata. Nella loner Ji-yeong l'autrice integra al suo spettro
una frangia sociale solitamente poco presente nel cinema,
non solo coreano: quella di chi vive ai margini della società,
causa una situazione economica precaria e non esteriorizza
il suo disagio in stereotipe manifestazioni di ribellismo.
Ji-yeong vive in una cadente baracca insieme ai nonni e fugge
dallo squallore del suo quotidiano dedicandosi al disegno
di motivi per tessuti ed abiti. Ma le languide fantasie di
un futuro nel mondo della moda collidono con la presente precarietà
che le impedisce la frequenza di un eventuale corso di formazione
e la fa paventare foschi orizzonti. La fortissima sequenza
in cui la giovane, intenta a passeggiare con Tae-hee, palesa,
di fronte ad un'accattona che le importuna, il turbamento
derivante dal timore di un futuro di emarginazione, trova
in definitiva il suo drammatico corollario nel presagito crollo
della baracca, che, da abitazione, muta in tomba per i nonni
della ragazza. A fronte di una simile svolta Ji-yeong compie
una scelta radicale: tace alle domande della polizia e viene
incarcerata, assicurandosi però in tal modo un tetto… La Jeong
non teme di imprimere al suo film una svolta nettamente drammatica,
in verità ampiamente preconizzata da espliciti segnali in
una prima parte dal sapore più marcatamente lieve. Grande
merito le va riconosciuto per la sua eguale abilità nel gestire
i registri della commedia e del patetico. Nulla del suo film
infatti odora d'artificio e la partecipazione, l'affetto e
soprattutto la verità di cui sono intrise le sue protagoniste
le conquistano alla simpatia dello spettatore. Senza risultare
predicatoria, ma con la sottigliezza di un'ottima narratrice,
la regista compendia l'universale romanzo di formazione delle
tre protagoniste, tre ragazze per carattere e sensibilità
non dissimili dalle loro coetanee di ogni dove, all'analisi
del contesto in cui tale formazione ha atto, contesto di certo
più specificamente locale, ma ricco di punti combacianti con
realtà di latitudini diverse. E quasi con una corrispondenza
perfetta distribuisce gli elementi drammatici nel confronto
tra le giovani e il mondo esterno al cerchio amicale, in cui
invece si concentrano i momenti di commedia, sempre più guastati
però dall'influsso di un di fuori con cui è obbligato fare
i conti. In definitiva la risposta che la Jeong pare dare
al problema delle sue protagoniste, che si risolve nell'individuazione
del proprio "posto nel mondo", è una perorazione in favore
dei legami amicali. O meglio, della identificazione dei propri
desideri più intimi e delle persone su cui poter contare per
la propria realizzazione. Significativo in tal senso è il
ruolo marginale di cui la regista investe i rapporti con l'altro
sesso, quasi a conferma di una necessità di una definizione
d'identità filtrata in primis da un confronto inter pares.
Un ultima doverosa nota a proposito del titolo. Il gatto cui
fa riferimento viene raccolto sul ciglio della strada da Ji-yeong,
che lo regala a Hae-ju, la quale lo ritorna al mittente, causa
la sua incapacità di occuparsene, per poi finire inevitabilmente,
a seguito dell'arresto di Ji-yeong, alle ben più amorevoli
cure di Tae-hee. Un pendant delicato e molto femminile alla
definizione dei caratteri e all'evolversi delle relazioni
del trio.