Film epocale per la cinematografia
sudcoreana, non fosse altro per i 13 milioni di dollari Usa
impiegati per la realizzazione (cifra che costituisce un record
assoluto per la Corea). Un colossal che in patria ha spopolato
al botteghino.
Si racconta la guerra di Corea attraverso le gesta di due
fratelli primi uniti e poi divisi sul fronte. I dieci mesi
di riprese, le 25.000 comparse, gli effetti speciali, danno
l'idea di come il regista abbia voluto realizzare un'opera
non distante dai canoni hollywoodiani.
La struttura narrativa che si avvale di una cornice ambientata
nel presente, dove il sopravissuto (Jin-seok, il fratello
più piccolo) ricorda i drammatici eventi passati, rimanda
a Salvate il Soldato Ryan, ma in generale anche le
scelte estetiche accomunano Taegukgi alle ultime pellicole
di guerra prodotte in occidente. Gli scontri sono mostrati
in tutta la loro crudezza in sequenze spettacolari dove la
carne dilaniata pare uscire dallo schermo, e la macchina saltare
in aria con i soldati, anche se a volte il lavoro in digitale
quasi smaterializza la materia filmata, rischiando di allontanare
emotivamente lo spettatore.
Pubblico che invece il regista cerca di agganciare attraverso
la storia di Jin-tae e Jin-seok. Tutti e due arruolati e spediti
sul fronte (Jin-seok viene obbligato, Jin-tae volontariamente
solo per proteggere il fratello minore), vivono il conflitto
in maniera differente. Il maggiore, in cerca di onori sul
campo da barattare con la vita del più piccolo (Jin-seok era
destinato a studi universitari), viene pian piano sopraffatto
da deliri d'onnipotenza, lanciandosi in imprese proibitive.
Al contrario il più piccolo (che somiglia tanto a uno dei
soldati di Malick) comprende subito l'inutilità della guerra
e delle azioni di Jin-tae, intuendo anche il "naufragio" psicologico
del fratello.
Gli scontri tra i due diventano una sorta di battaglia interna,
dove Jin-seok cerca di sfuggire all'assurda iperprotettività
di Jin-tae. Quest'ultimo, credendo di aver perso il fratello
aderisce alla causa nordcoreana, saltando il confine ideologico
e diventando capo di gruppi non regolari. Il faccia a faccia
è inevitabile. Sul campo i due fratelli si ritroveranno, ma
Jin-tae morirà tra le braccia del fratello.
I coreani hanno apprezzato molto l'opera di Kang Je-gyu, a
dimostrazione di quanto forse la guerra del '50 sia ancora
una ferita aperta. Del resto i rapporti con i cugini del nord
sono sempre molto tesi e il tema è molto sentito. Il regista
ha voluto realizzare un'opera grandiosa, un'epopea che potesse
parlare anche fuori dai confini nazionali. I personaggi assumono
forse connotati troppo epici, ma sicuramente lo sforzo di
raccontare una pagina di storia a noi poco nota è encomiabile.