Sympathy for Mr. Vengeance
di Park Chang-wook di Gianluca Gibilaro
Non ha paura di niente, Park Chan-wook.
Non teme gli eccessi melodrammatici né gli abissi dell'horror
più truculento, sfiora il ridicolo come su un ottovolante,
si tuffa senza remore nel grottesco per riemergerne affrontando
senza lasciare nulla all'immaginazione le sequenze più splatter.
Racconta una storia sconcertante di ordinaria disperazione,
di mannaie e di torture, una vicenda senza sbocchi, un circolo
vizioso di violenza e di atrocità con l'aria beffarda di chi
non ha niente da perdere.
Eppure non stiamo parlando un giovane regista indipendente
né di un film dal budget modesto. Stiamo parlando del ritorno
alla regia dell'autore di JSA. Stiamo parlando di un
film dal rispettabilissimo (almeno in Corea) budget di tre
milioni di dollari. Stiamo parlando di un film che ha creato
intorno a se grandi aspettative di incassi. Puntualmente deluse.
Perché Park Chan-wook si assume i rischi di un film estremo
e sgradevole, sconcertante e di scarsissimo appeal al box-office,
almeno nelle premesse: Ryu è sordomuto, sua sorella è gravemente
malata; le occorrerebbe un trapianto, ma in ospedale la lista
d'attesa è interminabile e per una clinica privata i soldi
non sono abbastanza.
Si direbbe l'avvio di un melodramma decisamente sopra le righe,
talmente vicino al limite del parodistico da lasciare interdetti.
E quando d'un tratto fa la sua comparsa un'inquietante gruppo
di trafficanti d'organi, l'incertezza aumenta. Farà sul serio,
Park Chan-wook?
I trafficanti propongono a Ryu un buon affare: con i 10.000
won che ha a disposizione e la donazione di uno dei suoi reni,
il trapianto per la sorella si può organizzare. E lui accetta.
Senonché dopo l'anestesia si sveglia, come nella più scontata
delle leggende urbane, nudo, senza soldi e con un rene in
meno.
E siamo solo all'inizio. Perché presto arriva una telefonata
dall'ospedale: "C'è un donatore, l'operazione si può fare.
Ci vogliono solo 10.000 won". Ma Ryu non ce li ha più, i 10.000.
E per soprammercato ha perso il posto di lavoro. Esubero di
mano d'opera. Usa anche in Corea.
Esclusa dunque l'idea di un prestito in banca, per racimolare
in fretta la cifra non rimangono che la rapina, il furto con
scasso e il rapimento a scopo di estorsione. Meglio il rapimento.
E così, Ryu, la sua fidanzata - ce l'eravamo scordata: c'è
anche lei, bislacca militante comunistoide (?) - e la sorella
malata si improvvisano rapitori, ma dal cuore d'oro. Tanto
che la bambina rapita si diverte un mondo con loro. Molto
meno divertito da tutta la faccenda è invece il padre della
piccola, soprattutto quando, dopo aver pagato il riscatto,
si vede riconsegnare dalla polizia un cadaverino: la figlia
è morta annegata nel fiume mentre Ryu seppelliva la sorella.
Che è morta prima di poter godere del bottino e dei benefici
del trapianto. Abbiate pazienza, siamo a un terzo di film.
Ne avete abbastanza? Vi basti sapere, allora, che da qui si
innesca un tourbillon di vendette e di morti una più atroce
dell'altra: Ryu si vendica dei trafficanti d'organi, il padre
della bambina si vendica della fidanzata di Ryu. Allora Ryu
cerca di vendicarsi della fidanzata, ma il padre della bambina
ha il sopravvento e si vendica di Ryu. Il beffardo guizzo
finale, assolutamente imprevedibile, merita di non essere
svelato.
Prodotto di nicchia per i fanatici delle bizzarrie dell'estremo
oriente o lucida parabola su un universo senza via di scampo?
Esercizio di stile mélo-splatter-grottesco o apologo estremo
e crudele sulla violenza? Difficile decidersi.
Sottile, si insinua un dubbio subdolo. E se lo scandalo pianificato
a tavolino per staccare qualche biglietto in più? Ebbene,
se era un trabocchetto, ci siamo cascati.