Save The Green Planet!di Jang Jun-hwan
di Paolo Berolin
Ancora un film alieno dalla Corea. E non
tanto perché in Save The Green Planet! il protagonista
tenta di salvare la Terra dagli extraterrestri, quanto perché
l’opera prima di Jang Jun-hwan è un altro oggetto filmico
non identificato proveniente dall’inesauribile galassia del
cinema coreano, capace di devastare le convenzioni di genere,
per insediarsi su uno scranno a sé nel consesso del meglio
della produzione cinematografica recente.
Significativo è che raccontare la trama del film di Jang sia
ardua impresa, foriera di esiti oppostamente insoddisfacenti.
Poche succinte righe risulterebbero inevitabilmente fuorvianti,
persino riduttive; entrare nel dettaglio significherebbe guastare
un’epifania cinefila irrinunciabile, senza peraltro poter
render giustizia all’inventiva della scrittura cinematografica.
Ma tant’è: optiamo dunque per un fuggevole accenno all’incipit
del film. Byung-goo (Shin Ha-kyun), personaggio stralunato,
che pare caduto dalla costellazione della demenza, è convinto
dell’esistenza di maligni alieni che complottano contro l’umanità.
Vinta alla sua causa la fidanzatina Soon-i, funambola cicciotta,
Byung-goo rapisce rocambolescamente quello che ai suoi occhi
è manifestamente un alieno in incognito: Kang Man-shik, presidente
della Yuje Chemical Company. Rinchiusolo nel suo laboratorio
per la fabbricazione artigianale di manichini, comincia a
sottoporlo a tortura, affinché confessi la sua natura aliena
e lo metta in contatto con il principe di Andromeda, prima
dell’imminente eclissi lunare, scadenza ultima dell’infido
piano contro il pianeta verde. Nel frattempo, c’è chi indaga
sulla scomparsa di Man-shik…
Mescolando gli elementi più disparati, che saccheggiano impudicamente
i repertori della commedia, della fantascienza, dell’horror,
della detective story e del dramma sociale, Jang Jun-hwan
ha realizzato un film inclassificabile e stordente che rapisce
lo spettatore in una sfrenata corsa su travolgenti montagne
russe cinematografiche. Continuamente esterrefatti dalla souplesse
degli interminabili ribaltamenti di tono e dall’esemplare,
cristallina padronanza nell’esecuzione dei registri più dissonanti,
non si può che soccombere alla folle genialità di un unicum
frastornante, cinefilo al midollo, ma tutt’altro che vacuamente
esteriore.
Perché da un lato, infatti, Jang nutre la sua vorace originalità
dei frutti del ferace suolo di una cinefilia che gli permette
di plasmare il suo cinema in forme singolarissime eppur capaci
di permeare plastiche citazioni, da 2001: Odissea nello
Spazio a Misery a Blade Runner. Dall’altro,
perché la sua bizzarria si rivela intrisa di una radicalissima
concezione di umanità e sentimento, che conquista ad una non
preventivata, profondissima empatia verso un Byung-goo che
pareva figurina ritagliata nel grottesco.
E proprio per quest’ultima ragione, per quanto incongruo possa
sembrare - come tutto ciò che invero concerne Save the
Green Planet! -, lo specimen cui più sotterraneamente,
elettivamente si apparenta il film di Jang è Sympathy for
Mr Vengeance. Ma forse non è un caso che in entrambi i
film sia un magnifico Shin Ha-kyun, molto più di uno dei tanti
giovani emergenti coreani, assai belli, e spesso pure bravi,
ma volto sensibile su cui il cinema si imprime con vibrante
veemenza, a farsi corpo di una comunione dell’umano che allo
scorrere dei titoli di coda incita ad abbandonarsi alle lacrime…