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The Road Taken di Hong Ki-seon
di Alessandro Leone

45 anni di detenzione. È il calvario di un uomo che, come tanti altri suoi compagni, ha scelto la prigionia in Corea del Sud, pur di non rinnegare le idee comuniste e vicine al regime nord coreano.
Imprigionato nel 1951, Kim racconta la sua drammatica vicenda che lo ha visto abbandonare il carcere solo nella seconda metà degli anni '90, in seguito all'interessamento di Amnesty International.
Conforme a quello che possiamo definire "genere carcerario", il film di Hong Ki-seon, si sviluppa su schemi narrativi lineari, attraverso inevitabili ellissi temporali, ma identificando i momenti significativi dei Camerata, la condivisione del destino (ma anche delle speranze di libertà), la disillusione, la resistenza alle proposte di "abiura", le torture fisiche e psicologiche. Tanti volti, tanti i caratteri: eterogeneo risulta essere lo spettro umano messo in scena dal regista, che comprime i corpi dei suoi personaggi, gli chiude nelle strette inquadrature, gli schiaccia al pavimento, immersi in un'atmosfera fredda, enfatizzata dalla fotografia , che vira i toni freddi del blu (colore delle divise).
L'umanità e la dignità degli uomini è espressa dal rifiuto di una forma di "democrazia" che vorrebbe restituirli alla società limitandone la libertà di pensiero. Come tipico dei sistemi coercitivi (quante volte lo abbiamo visto al cinema?) l'uomo diviene un numero. Quando la "macchina infernale" decide di estorcere le firme di conversione ai prigionieri, non si esita ad usare l'isolamento come arma ultima: molti cedono alle brutali umiliazioni fisiche dei "kapò" o alle offerte allettanti di reintegrazione nei quadri statali, ma la violenza maggiore (a cui per altro resistono Kim e pochissimi suoi compagni) è nell'azione della forbice che separa la famiglia dei prigionieri (non servirà nemmeno il codice morse con cui comunicavano attraverso le pareti). Perché si capisce come sia motivante per un gruppo condividere le stesse idee e supportarsi vicendevolmente nei momenti difficili, magari ritrovandosi negli stessi sogni: una donna, un lavoro.
La scrittura accurata inquadra non solo il microcosmo carcerario, guardandosi bene di trasferire l'azione al di fuori delle mura perimetrali, ma cerca di rappresentare il clima politico dell'intero paese attraverso i dialoghi tra i prigionieri e il Direttore del carcere: soprattutto quando la vicenda si sposta agli inizi degli anni '70, durante i faccia a faccia con Kim, quando la disillusione si impadronisce di alcuni Camerata, il discorso si sposta sul senso di una resistenza che la storia dimenticherà, ma anche sul terribile destino che li ha consegnati a ruoli diversi, imprigionandoli entrambi.
Eppure fino alla fine, l'impressione è che, se si tradisse l'ideale, la vita fuori non assomiglierebbe all'auspicata libertà (non è forse libertà resistere fieramente?). L'iniziale speranza nella riunificazione, si trasforma nella speranza di un riconoscimento di identità politica e, infine, nel riconoscimento della dignità di uomini. Gli spostamenti da un carcere all'altro, la trasformazione dei costumi, non modifica l'atteggiamento ottuso del "regime", che ferma il tempo all'interno delle celle sempre uguali, cancellando letteralmente questi uomini dallo spazio/tempo degli uomini fuori.
"Siamo come morti" dirà Master Lee, in uno dei momenti più intensi del film, prima di togliersi la vita. Ma ciò che aiuta Kim è la disciplina interiore, la lucidità con cui capisce che la sua avventura esistenziale potrebbe divenire un monito, e la sua una parabola esemplare.
Quando Kim verrà liberato al nuovo mondo, la sensazione sarà quella di abbandonare una casa e una famiglia. Ritroverà una madre novantaquattrenne che aspettava solo di riabbracciarlo, e poi… solo il vuoto.

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