Resurrection
of the Little Match Girl di Jang Sun-woo di Davide Cazzaro
Ho sognato di essere una farfalla
e quando mi sono svegliato non sapevo se ero un uomo che ha
sognato di essere una farfalla o una farfalla che ha sognato
di essere un uomo.
Questa riflessione appartiene ad uno
dei più grandi saggi taoisti cinesi, Chuang Tzu, capace di
sollevare uno dei più grandi dilemmi umani già nel 250 A.C.
circa: che cosa è sogno, cosa realtà? Come distinguere e separare
queste due sfere connaturate in ciascun essere vivente? Negli
ultimi anni alcuni filosofi hanno formulato una teoria frutto
di una combinazione tra la tecnologia ed il Taoismo (il cosiddetto
"tecnotaoismo"): facendo riferimento ad internet e alla realtà
virtuale siamo tutti immersi in una computer simulation;
tutto ciò che consideriamo mondo oggettivo e naturale è una
mera realtà virtuale frutto di un supercomputer. Resurrection
of the Little Match Girl prende le mosse proprio da questa
teoria e programmaticamente cerca di raggiungere tre obbiettivi
raramente conciliabili: intrattenere il pubblico, possedere
un retroterra filosofico e sperimentare nuove forme narrative
e visive.
Citando Frances Yates e il suo The Art of Memory si
può definire il risultato ottenuto da così ardue premesse
un ludibrium, cioè una sorta di gioco intellettuale
portatore di un messaggio serio. Ed è proprio il "gioco intellettuale"
a rappresentare il motivo di interesse e al contempo il limite
di questo film; limite perché Resurrection of the Little
Match Girl è stato un clamoroso flop al botteghino, a
fronte oltre 10 milioni di dollari investiti (cifra record
nella storia del cinema coreano), ha richiesto 4 anni tra
ideazione, progettazione e produzione e alcune migliaia di
persone impegnate nei 14 mesi di riprese.
Motivo d'interesse perché il delirio (non obbligatoriamente
in accezione negativa) narrativo e visivo di quest'opera,
pur presentando indubbie esagerazioni e gratuità non sempre
giustificabili dalla dimensione del videogioco, non può non
lasciare stupefatti. Interessante soprattutto il tentativo
di inserire la famosa fiaba di Andersen in una sorta di cyber
fantasy e l'uso della sua protagonista che, come afferma
lo stesso regista, è simbolo di "prostituzione", di "delinquenza",
di un'era che non sa dove andare. La piccola fiammiferaia
erra senza sosta, è ignorata, respinta. Ciò che comunque si
apprezza maggiormente è il notevole talento visivo e la capacità
di aver ideato architetture narrative così complesse, capaci
da una parte di costruire un prodotto che fa dell'originalità
il suo punto di forza principale e dall'altra di provocare
l'insuccesso commerciale; man mano che il film si sviluppa
il racconto si fa sempre più farraginoso fino a raggiungere
i limiti della comprensibilità; nulla hanno potuto i numerosissimi
e complessi effetti speciali (che citano più volte il Matrix
dei fratelli Wachowski) e le mirabili coreografie Kung-fu
realizzate dal veterano hongkonghese Daniel Lyu per incrementare
il successo al botteghino.
Oltre ad aver portato al limite della bancarotta la casa di
produzione Tube pictures, il flop del film suggerisce
un interrogativo sulle intenzioni del 44enne regista Jang
Sun-woo: a produzione ultimata era consapevole di aver realizzato
un film molto personale, quasi "autoriale", difficilmente
apprezzabile dal grande pubblico oppure si aspettava un successo
commerciale? Dopo la proiezione a Pusan il regista ha ringraziato
il pubblico (peraltro poco numeroso) per essere rimasto in
sala sino alla fine…