The Quiet
Family di Kim Yee-woon
di Paolo Bertolin
Il successo critico e commerciale in patria
e l'interesse riscosso anche presso la critica occidenatale
da The Foul King, hanno imposto
Kim Yee-woon tra i nomi di punta della variegata e floridissima
new wave coreana. Già la sua opera prima, The Quiet
Family, aveva però rivelato al pubblico dell'edizione
1999 del Far East Film di Udine le tracce certe di un talento
a venire.
La famiglia tranquilla del titolo è quella dei Kang, che di
fronte ad una situazione economica traballante causata dal
licenziamento del capofamiglia si imbarca in un rischioso
azzardo: impegna tutti i propri risparmi nell'acquisto di
uno chalet montano sperando in fruttuosi affari con gli escursionisti
di passaggio. Purtroppo gli escursionisti che giungono al
Misty Lodge non sembrano avere la sana e consueta intenzione
di spendervi una o due nottate ma di eleggerlo sistematicamente
ad ultimo domicilio terreno. Così dapprima un povero reietto,
quindi una coppia di amanti suicidi lasciano i loro imbarazzanti
cadaveri alle cure dei Kang. I quali, ovviamente, per non
compromettere gli affari dell'attività appena - o meglio non
ancora - avviata, pensano bene di occultare i cadaveri, per
poi, in una escalation di assurdo travolgente, ritrovarsi
a produrne loro stessi.
Tutta la vicenda è filtrata dalle notazioni della diciassettenne
cadetta dei Kang, Mina, ovviamente in un primo momento semplicemente
seccata per il trasferimento in una landa desolata, poi sempre
più sbigottita, inquietata e forse intrigata dagli strani
accadimenti. Il tono del film, in bilico tra il grand-guignol
ed un farsesco dissacratorio è paradossalmente il pregio più
consistente, ma pure il limite del film di Kim.
Il film pare più volte sulla soglia dell'eccesso oltraggioso,
ma si guarda dal varcarla. Non spingendosi mai nei territori
aperti dello splatter o del burlesco The Quiet Family rischia
di deludere chi parteggia o si attende uno sviluppo in un
senso o nell'altro. Il finale del film, con la famiglia che
fa appello al silenzio del pubblico, smaschera sottilmente
le ragioni di questa esitazione. Il puro entertainment
non è il solo scopo del film, che si profila quindi pure
come veicolo di una disamina di ipocrisie e tare dell'istituzione
familiare e della società coreana. In realtà Kim non scava
molto a fondo e rimanendo abbottonato, non concedendosi alle
tentazioni dell'eccesso, lascia allo spettatore una sensazione
di inappagamento rispetto a ciò che l'inquietante messa in
moto dell'esplosivo congegno narrativo (in particolare l'inquietante
presagio della vecchina e i misteriosi rumori notturni percepiti
da Mina) pareva promettere.
Un rilievo in verità forse solo personale che non toglie a
Kim il merito dell'ottima impaginazione, della destrezza narrativa
e dell'eccellente direzione d'attori di un'opera prima che
prometteva bene e che ha mantenuto le sue promesse.