Come il successivo Virgin stripped bare
by her bachelors, anche questo film, il secondo di Hong
Sang-soo, è costruito con una struttura particolare, diciamo
così "cubista", nel senso che parte con una vicenda e a metà
circa ricomincia da capo con un'altra vicenda, parallela o
collaterale alla prima; in alcuni punti le due storie si intersecano
ma restano pur sempre autonome. Sono i luoghi (in questo caso
la splendida regione del Kangwon) a costituire il collante
dei film di Hong.
Sembra a volte che siano i luoghi i veri protagonisti, che
trattengono le tracce, le emozioni, le parole distratte di
coloro che li attraversano. Al pari di alcuni registi francesi
(ad esempio Maurice Pialat, o Rohmer), Hong non si cura di
collegare fra loro le singole scene del film. Il montaggio
non opera collegamenti fra i vari episodi, fornendo riferimenti
spaziali e temporali, e lo spettatore non è aiutato ad entrare
nella storia o nella vita dei personaggi. Tutto ciò che vediamo
fluire sullo schermo è un presente in costante divenire, senza
sbocchi apparenti, come se le leggi di causa ed effetto fossero
state abolite. Eppure Hong non rinuncia ad un'idea affatto
peculiare della simmetria dei destini.
Una simmetria che si svolge però in totale assenza di una
"serendipity": né i personaggi né lo spettatore, alla fine
del film, vengono rassicurati e appagati da una visione ottimista
dell'intrecciarsi dei destini individuali. Il destino, se
esiste, agisce sotto forma di apparenti coincidenze, sembra
dire Hong, in una maniera talmente invisibile e "discreta"
che i singoli individui non se ne avvedono e non possono dunque
giovarsene.
Altro elemento che si ripete quasi ossessivamente nei suoi
film è il tema-situazione del viaggio breve, della "vacanza",
intesa anche come "vacanza da sé", senso di vuoto, di smarrimento:
è quanto accade a una delle tre ragazze, Jee-sook, intrappolata
in degradanti relazioni con uomini sposati. Oppure a Kyung-soo,
in Turning Gate, che cerca nelle donne che incontra
ciò che nessuna di loro può dargli: il senso del vivere, del
bastare a se stessi. È nel distacco dalla routine lavorativa,
in un ambiente diverso (ma non troppo) da quello da cui provengono
(quasi sempre da Seoul), che i cittadini di Hong lasciano
trapelare tutte le proprie frustrazioni e insoddisfazioni,
nonché la loro enorme solitudine. Qual è dunque il "potere
della regione del Kangwon"? Quello dell'illusione che il movimento
sia sinonimo di cambiamento.
Di fatto si rimane fermi e nessun potere esterno può curare
il persistente malessere che ognuno si porta dentro e che
lo condanna all'immobilismo.
Anche l'amicizia si rivela spesso più una momentanea complicità
nella fuga, subito incrinata o surclassata da un interesse
prevalentemente sessuale e immediato per le donne. Nella seconda
parte del film, i due amici (un professore e un aspirante
tale, Sang-kwan) si rivelano a lungo andare assai diversi
l'uno dall'altro, con ben poco che li leghi in termini anche
di complicità. Soddisfatto e mediocre l'uno, sempre pronto
a dare consigli ma poco ad ascoltare; taciturno e frustrato
l'altro, sposato ma sofferente per la fine di una storia d'amore
con una ragazza e incapace di trovare il suo posto nel mondo.
Da un lato le rigide regole sociali (coreane ma non solo)
che impongono una subitanea collocazione nel mondo del lavoro;
dall'altra la sensazione di scarso appagamento che la vita,
per quanto realizzata, possa offrire. Neanche la soluzione
di un "giallo" consente a uno di loro di sentirsi speciale,
o eroe. La vicenda dell'incidente in montagna rimane del tutto
estranea alle storie dei vari personaggi, sullo sfondo. Come
un monito, un presagio, dell'incidentalità di tutte le cose,
e dell'impossibilità di pronunciarsi in maniera certa o adeguata
su ciò che accade. Come nel racconto della ragazza all'inizio
(perché diversi sono i piccoli rimandi fra una parte e l'altra
del film), sul ragazzino di scuola caduto da un tetto: incidente
o tentato suicidio?
Imponderabilità, casualità, insensatezza: ecco il territorio
immane in cui si smarriscono i personaggi di Hong, che indossano
la vita come una divisa, senza passione, stretti come pesci
rossi in una piccolo vaso.