Prodotto deteriore del post-Ring,
The Phone è la quintessenza del derivativo. Nulla di
originale in un horror che cerca, invano, nell’accumulo del
già visto gli scossoni necessari a rivitalizzare l’encefalogramma
piatto della sua scrittura.
Ji-won è una giornalista che con una recente inchiesta ha
smascherato un giro di pedofilia. E’ ora oggetto delle minacce
telefoniche di chi vuole vendicarsi del suo scoop. Decidendo
di cambiare numero di cellulare, precipita dalla padella nella
brace. Al nuovo numero giungono misteriose chiamate dall’aldilà
e, allorché la figlioletta dell’amica Ho-jung, Yeon-joo (frutto
di una gravidanza assistita cui ha contribuito la stessa Ji-won),
risponde incautamente ad una di esse, d’improvviso appare
come posseduta da un’entità maligna.
Dal capostipite dell’horror ad effetti, L’Esorcista,
sino alle riscritture del genere operate dalla vague orientale
di new horror, il regista e sceneggiatore (con Lee Yu-jin)
Ahn Byung-ki ha scriteriatamente saccheggiato gli scaffali
del supermercato dell’inventiva da brivido. E ha persino inserito
nel suo film, la stessa naturalezza incondizionata nel raccontare
una relazione tra un uomo adulto ed una ragazzina vista nel
bel Secret Tears di Park Ki-hyung. Ma in tanto rabberciare
topoi e già visto, senza l’imbastitura di un filo di
estro creativo personale, ha dimenticato il vecchio detto
che il troppo stroppia. E ha colmato il vero horror dietro
il film, l’horror vacui dell’ingegno, con una concatenazione
forzosa di colpi di scena e sussulti di terrore, che più che
crescente tremore, finiscono per suscitare smodata irritazione.
Per giungere poi al sospirato finale, dove Ahn spreca prontamente
una bella idea (che non riveliamo) affogandola in un torrente
di sfolgoranti, doverose agnizioni a catena, atterrate dritte
dalla nefasta nebulosa “finali di horror in cui ti spiego
tutto in mezzo minuto”.
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