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The Phone di Ahn Byung-ki
di Paolo Bertolin

Prodotto deteriore del post-Ring, The Phone è la quintessenza del derivativo. Nulla di originale in un horror che cerca, invano, nell’accumulo del già visto gli scossoni necessari a rivitalizzare l’encefalogramma piatto della sua scrittura.
Ji-won è una giornalista che con una recente inchiesta ha smascherato un giro di pedofilia. E’ ora oggetto delle minacce telefoniche di chi vuole vendicarsi del suo scoop. Decidendo di cambiare numero di cellulare, precipita dalla padella nella brace. Al nuovo numero giungono misteriose chiamate dall’aldilà e, allorché la figlioletta dell’amica Ho-jung, Yeon-joo (frutto di una gravidanza assistita cui ha contribuito la stessa Ji-won), risponde incautamente ad una di esse, d’improvviso appare come posseduta da un’entità maligna.
Dal capostipite dell’horror ad effetti, L’Esorcista, sino alle riscritture del genere operate dalla vague orientale di new horror, il regista e sceneggiatore (con Lee Yu-jin) Ahn Byung-ki ha scriteriatamente saccheggiato gli scaffali del supermercato dell’inventiva da brivido. E ha persino inserito nel suo film, la stessa naturalezza incondizionata nel raccontare una relazione tra un uomo adulto ed una ragazzina vista nel bel Secret Tears di Park Ki-hyung. Ma in tanto rabberciare topoi e già visto, senza l’imbastitura di un filo di estro creativo personale, ha dimenticato il vecchio detto che il troppo stroppia. E ha colmato il vero horror dietro il film, l’horror vacui dell’ingegno, con una concatenazione forzosa di colpi di scena e sussulti di terrore, che più che crescente tremore, finiscono per suscitare smodata irritazione. Per giungere poi al sospirato finale, dove Ahn spreca prontamente una bella idea (che non riveliamo) affogandola in un torrente di sfolgoranti, doverose agnizioni a catena, atterrate dritte dalla nefasta nebulosa “finali di horror in cui ti spiego tutto in mezzo minuto”.
Archiviato alla voce “chiamate che era meglio perdere”.

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