People in
White di Bae Yong-kyun
di Gianluca Gibilaro
H. arriva una notte in un cadente hotel
di Hyech'on, alla ricerca di un posto per dormire. Ma l'albergo
è chiuso per restauri, e ad H. non rimane che vagare per una
Hyech'on immersa nella più profonda oscurità. Inizia così
il suo pellegrinaggio sullo sfondo di un paesaggio urbano
pieno d'insicurezza e permeato di un senso di crisi e di desolata
solitudine, alla ricerca delle tracce che gli confermino che
quella città è proprio quella della sua infanzia.
Ma tutto è cambiato, la città quasi fagocitata da un gigantesco
complesso industriale che ha preso il posto di case e negozi.
E anche le persone non sembrano più le stesse.
Bae Yong-kyun mette in scena personaggi tragicamente disperati
che invocano salvezza, ora con sussurri smorzati, ora gridando
a squarciagola, che si muovono come fantasmi in uno scenario
irreale. Tutto questo sta accadendo davvero, o non è piuttosto
una sorta di allucinazione? Le persone che H. incontra sono
reali, o sono fantasmi della sua vita passata? E lui, H.,
è vivo? O è lui ad essere un fantasma, un'ombra?
Con soli due film alle spalle Bae si afferma come una delle
voci più interessanti del cinema coreano e come autore nel
senso pieno della parola (ha scritto, montato, prodotto, girato
e diretto entrambi i suoi film). Forse meno accattivante di
Why Did Bodhi-Dharma Leave for the East?, People
in White è un'inchiesta filosofica sul tempo e sulla memoria
che ricorda qua e là il cinema di Tarkovsky, una riflessione
sul passato, sulla storia e sulla Storia, sul tempo e sul
Tempo: un film complesso, distante, magnetico.