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One Fine Spring Day di Hur Jin-ho
di Matteo Petrucci

Con la sua opera seconda, Hur Jin-ho si conferma come una delle voci più incisive del nuovo cinema coreano. Già il suo primo film Christmas in August (1998) aveva lasciato il segno, diventando un "classico istantaneo" in patria, suscitando interesse alla Semaine de la Critique a Cannes e lanciando le carriere delle due superstar Han Suk-kyu e Shim Eun-ha. A distanza di tre anni, l'importanza del suo ritorno dietro la macchina da presa è confermata dallo sforzo produttivo congiunto tra Corea (Sidus), Giappone (Shochiku) e Hong Kong (Applause Pictures). Uno dei tre produttori esecutivi è poi un nome familiare ai fan del cinema asiatico, il regista Peter Chan Ho-San, autore di commedie di enorme successo nel corso degli anni novanta, e membro fondatore della storica UFO (United Filmmakers Organization). Un po' come Eric Rohmer, Hur Jin-ho sembra voler adeguare gli umori dei suoi film al trascorrere delle stagioni (finora estate e primavera), raccontando amori destinati a consumarsi e/o a spegnersi in brevi archi di tempo. Seppure in quest'ottica, One Fine Spring Day sembra consapevolmente costruito in contrasto concettuale con la sua opera prima. Se in Christmas in August Hur Jin-ho raccontava la nascita di un amore, destinato a interrompersi bruscamente, prima ancora di essere dichiarato, One Fine Spring Day è incentrato sulla sua lenta e progressiva agonia, prima dell'inevitabile separazione. E se nella sua opera prima il protagonista era un fotografo ritrattista, la cui vita sentimentale e affettiva veniva catturata attraverso l'obiettivo di una macchina fotografica, in One Fine Spring Day è un fonico, e l'unica testimonianza del suo travaglio sono i suoni della natura registrati dal suo Nagra. Attraverso uno stile minimale, narrativamente legato alla dimensione del quotidiano, Hur Jin-ho lascia che il suo cinema dominato dai silenzi e dagli impercettibili mutamenti dell'animo umano si insinui segretamente nella coscienza dello spettatore, continuando ad appassionare anche nei giorni successivi alla visione. Pur raccontando la transitorietà delle relazioni umane, i suoi film sembrano in grado di suscitare emozioni inestinguibili.

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