Un imprigionamento inspiegabile di
15 anni può ridurre a pezzi chiunque, salvo se la sete di
capire il perché e di sopravvivere è più forte, ed è il caso
di Oh (Choi Min-Sik). Park Chan-wook, nella sceneggiatura
del suo sesto film (quinto come regista), si è ispirato al
manga giapponese dallo stesso titolo, per dargli forma umana,
colore, ed un impatto tutto coreano. Dopo il successo internazionale
di JSA e Sympathy for Mr. Vengeance, torna con
un blockbuster che nel 2003 in Corea ha raggiunto quasi i
4 milioni di spettatori, e si prepara sicuramente ad un importante
successo internazionale.
La storia originale di un personaggio ricco sfondato che sceglie
una vittima da distruggere come occupazione della sua vita,
prende in Old Boy una dimensione parallela che intreccia
incesto, gelosia, e frustrazione di vivere in un mondo fuori
controllo. La Corea, un paese che negli ultimi trent’anni
è passato dal livello economico dell’ Uganda a quello di uno
dei dieci primi paesi del mondo, ha mutato parecchio le vite
dei suoi abitanti, che mantenendo tradizioni e legge dell’onore
(dunque della vendetta), vivono adesso in un universo ultra-moderno.
Il film inizia con la sofferenza (fisica e morale) di Oh e
progressivamente si concentra sul personaggio di Lee (Yu Ji-Tae)
ed il suo piacere dominatore, un piacere tutto intellettuale.
Ma il film, dopo episodi durissimi, con immagini che senza
dubbio raggiungeranno presto le biblioteche dei cult-movies
(si pensi alla scena di Oh che attraversa il corridoio dei
“cattivi”), finisce nella sofferenza totale e cerebrale di
Lee. Oh invece ha compiuto il destino che gli è stato inflitto,
e si ritrova passivo, handicappato, e con una sorta di distanza
buddista dal mondo, all’opposto del suo comportamento iniziale
di ribelle ad una situazione ingiusta, e deciso a rifarsi.
Concretamente, un’umiliazione di gioventù e la perdita della
sorella spinge Lee a cercare una vendetta assoluta su di Oh,
testimone della scena in cui fratello e sorella si sono ravvicinati
più di quel che conviene... La distruzione sistematica di
Oh, fisica, morale ed emozionale è diretta da Lee, a cui una
volta compiuta la vendetta non resta che sparire. La vittoria
del bene non è tanto ovvia come la tragedia del male, ma chi
è l’eroe realmente? Park Chan-wook è il primo a confermare
la sua volontà di lasciare i personaggi dei suoi film fuori
categoria: non esiste l’uomo perfetto, e l’idealismo di Lee
come la sete di giustizia di Oh sono solo le qualità che bilanciano
i loro vizi.
La vendetta di Lee, giustificata dall’umiliazione
di essere stato scoperto con la sorella, concretizza la dimensione
dell’onore che rappresenta un elemento principale nel cammino
della vita coreana. Si può criticare la sproporzione tra il
fatto e la vendetta, ma nella tradizione coreana quest’ultima,
la più dura che si possa immaginare, non avviene per crudeltà,
ma per fuggire dalla morte per umiliazione, che sarebbe dovuta
avvenire secondo le leggi dell’onore.
*Addetto audiovisivi Ambasciata di
Francia in Corea