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Old Boy di Park Chan-wook
di Nicolas Piccato*

Un imprigionamento inspiegabile di 15 anni può ridurre a pezzi chiunque, salvo se la sete di capire il perché e di sopravvivere è più forte, ed è il caso di Oh (Choi Min-Sik). Park Chan-wook, nella sceneggiatura del suo sesto film (quinto come regista), si è ispirato al manga giapponese dallo stesso titolo, per dargli forma umana, colore, ed un impatto tutto coreano. Dopo il successo internazionale di JSA e Sympathy for Mr. Vengeance, torna con un blockbuster che nel 2003 in Corea ha raggiunto quasi i 4 milioni di spettatori, e si prepara sicuramente ad un importante successo internazionale.
La storia originale di un personaggio ricco sfondato che sceglie una vittima da distruggere come occupazione della sua vita, prende in Old Boy una dimensione parallela che intreccia incesto, gelosia, e frustrazione di vivere in un mondo fuori controllo. La Corea, un paese che negli ultimi trent’anni è passato dal livello economico dell’ Uganda a quello di uno dei dieci primi paesi del mondo, ha mutato parecchio le vite dei suoi abitanti, che mantenendo tradizioni e legge dell’onore (dunque della vendetta), vivono adesso in un universo ultra-moderno.
Il film inizia con la sofferenza (fisica e morale) di Oh e progressivamente si concentra sul personaggio di Lee (Yu Ji-Tae) ed il suo piacere dominatore, un piacere tutto intellettuale. Ma il film, dopo episodi durissimi, con immagini che senza dubbio raggiungeranno presto le biblioteche dei cult-movies (si pensi alla scena di Oh che attraversa il corridoio dei “cattivi”), finisce nella sofferenza totale e cerebrale di Lee. Oh invece ha compiuto il destino che gli è stato inflitto, e si ritrova passivo, handicappato, e con una sorta di distanza buddista dal mondo, all’opposto del suo comportamento iniziale di ribelle ad una situazione ingiusta, e deciso a rifarsi.
Concretamente, un’umiliazione di gioventù e la perdita della sorella spinge Lee a cercare una vendetta assoluta su di Oh, testimone della scena in cui fratello e sorella si sono ravvicinati più di quel che conviene... La distruzione sistematica di Oh, fisica, morale ed emozionale è diretta da Lee, a cui una volta compiuta la vendetta non resta che sparire. La vittoria del bene non è tanto ovvia come la tragedia del male, ma chi è l’eroe realmente? Park Chan-wook è il primo a confermare la sua volontà di lasciare i personaggi dei suoi film fuori categoria: non esiste l’uomo perfetto, e l’idealismo di Lee come la sete di giustizia di Oh sono solo le qualità che bilanciano i loro vizi.

La vendetta di Lee, giustificata dall’umiliazione di essere stato scoperto con la sorella, concretizza la dimensione dell’onore che rappresenta un elemento principale nel cammino della vita coreana. Si può criticare la sproporzione tra il fatto e la vendetta, ma nella tradizione coreana quest’ultima, la più dura che si possa immaginare, non avviene per crudeltà, ma per fuggire dalla morte per umiliazione, che sarebbe dovuta avvenire secondo le leggi dell’onore.

*Addetto audiovisivi Ambasciata di Francia in Corea

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