Lui è uno scansafatiche appena uscito
di prigione e con un lieve ritardo mentale, la classica pecora
nera della famiglia, che pure di lui si approfitta. Lei soffre
di un grave handicap, è ridotta su una carrozzina,
vive sola in un appartamento e i suoi parenti si recano a
farle visita sporadicamente e con fastidio. Si amano, ma le
convenzioni e l'ipocrisia delle persone che li circondano
costituiscono un grosso ostacolo al raggiungimento della loro
felicità. L'oasi del titolo è un dipinto appeso
alla camera della protagonista, su cui gravano alcune ombre
minacciose, che solo alla fine saranno fugate.
Il terzo lungometraggio di Lee Chang-dong, regista e sceneggiatore
che si era dapprincipio dedicato alla letteratura, per poi
passare alla settima arte, esordendo nel 1996 con Green
Fish e segnalandosi all'attenzione della critica internazionale
con Peppermint Candy (1999), è un urlo straziante
di efferata precisione descrittiva e innegabile intensità
emozionale, capace di spiazzare lo spettatore per slanci poetici
e ardore narrativo. Il film di Lee Chang-dong riesce a essere
sgradevole senza sensazionalismo, toccante senza cadere nel
ricatto, impietoso senza essere cinico; riesce a trasformare
il riflesso di uno specchio in una colomba bianca e un mugugno
incomprensibile in un canto d'amore. La macchina da presa
si tiene sempre a una certa distanza, non si chiude sui volti,
ma spazia a comprendere i corpi e l'ambiente che li racchiude,
attenta alla drammaturgia degli spazi. Fatto di piani sequenza
interminabili ma non velleitari, nella durata dell'inquadratura
permette a fatti, relazioni e personaggi di emergere senza
forzature e senza idee preconcette; permette alla vita di
fluire sullo schermo e dallo schermo allo spettatore.
I due attori protagonisti, che avevano lavorato con Lee Chang-dong
in Peppermint Candy si rivelano indispensabili per
raggiungere un risultato così alto: Sol Kyung-gu è
un ritardato dal cuore d'oro perfettamente credibile, di cui
rimane impressa la postura ingobbita e lo strizzare degli
occhi. Moon So-ri (premiata con il premio Marcello Mastroianni
alla miglior attrice emergente alla Mostra del Cinema di Venezia)
è talmente brava da instillare i dubbio che sia paralizzata
davvero, e che nei momenti onirici in cui compare normodotata
sia sostituita da un'altra attrice.
Insomma: un'esperienza cinematografica che fa a pezzi gli
stereotipi di cui si ciba quotidianamente la normalità,
che lacera il cuore ma lo rende vivo e pulsante, che insegna
qualcosa senza senza nascondersi dietro a una cattedra.