Film come Natural City sono prove
a carico della vena meno originale della produzione coreana,
quella che saccheggia in maniera derivativa i repertori degli
altrui successi, da Hollywood al Giappone, nonché Hong Kong,
e nella fattispecie la fantascienza con cuore e filosofia
alla Blade Runner, per intenderci, o ancor meglio alla
Philip K. Dick.
Tuttavia, il film di Min Byun-chun, già regista dell’apprezzato
Phantom, the Submarine, che aveva importato nel cinema
coreano il genere per esso inusitato del submarine movie,
si distingue per una tenuta spettacolare ed un impatto emozionale
che non sorreggono altri prodotti, oltre che per un’onestà
nell’intento di genere ben manifesta.
Ambientato in un futuro, il 2080, in cui l’umanità si è divisa
in città stato rivali caratterizzate da una netta segregazione
di classe, Natural City disegna la storia di R (Yoo
Ji-tae), membro di una forza speciale di Mecaline City che
ha il compito di eliminare degli androidi creati clonando
DNA umano, il cui programma s’è alterato, conducendoli a comportamenti
devianti. Purtroppo R è anche innamorato del suo robot, Ria,
la cui vita programmata sta per terminare. Per cercare di
salvarla, R prende contatto con il dottor Croy, losco creatore
e trafficante di androidi illegali, che gli suggerisce di
impiantare il neuro-chip di Ria in un essere umano. Pur contrastato,
R rapisce quindi la giovane Cyon, che ignara s’innamora di
lui, mentre Cypher, uno dei robot devianti, semina inarrestabile
il panico in città...
Ci sono voluti più di cinque anni a Min per portare a termine
questo ambizioso progetto, una lunghissima fase di pre-produzione,
la più lunga nella storia del cinema coreano, che ha comportato
la realizzazione di 2000 storyboard, riprese in super
35mm widescreen, per esaltare al massimo gli effetti
della computer graphic, e una digitalizzazione al 100%
in fase post-produttiva che ha visto la creazione di ben tre
file book di effetti visivi e sonori. Il tessuto visivo
del film è ovviamente impressionante: pare sempre di essere
immersi nella realtà (ri)disegnata di un anime, seppure
con una consistenza tridimensionale che ha del tattile; la
tavolozza di colori freddi tipica della science fiction
futurista si tinge di una luminescenza da acquario, composita
e ricca di riverberi. Ma se l’apparato tecnico-visivo non
può che suscitare encomio per ricchezza e complessità, resta
da rilevare come tanta immaginifica opulenza sia prossima
all’ingolfamento di una crassa costipazione, sottolineata
dall’incedere farraginoso del racconto. Se infatti il sunto
della trama risolutamente instrada al clone di Blade Runner,
la sceneggiatura vi innesta prestiti dichiarati, da Ghost
in the Shell a Matrix, e suggestioni molteplici,
dagli ultimi Spielberg al bell’anime Metropolis, virando
senza esitazione verso approdi più action e meno pensosi del
modello originale. L’esito purtroppo lascia lo stomachevole
retrogusto di un’opera che per farsi perdonare il peccato
originale di una mancanza d’originalità, si contorce, imbelletta
e lambicca ad ogni tornante, perdendo la via maestra della
nitida semplicità. Ciononostante, Natural City offre
piacevole entertainment di ottimo livello, corroborato
da un adeguato tocco di romanticismo e dalla presenza di una
star in crescita come Yoo Ji-tae (che lo ha girato prima del
magnifico Old Boy di Park Chan-wook); soprattutto,
poi, il film di Min manca delle irritantissime e supponenti
pretese di altri recenti prodotti commerciali coreani, vacui
e fallimentari, distinguendosi per un’onestà trasparente e
persino naif. Ciò detto, bisogna registrare che, come per
Save the Green Planet! e Wonderful Days, gli
incassi di Natural City sono stati tutt’altro che incoraggianti:
il 2003 è stato decisamente nefasto per la fantascienza coreana,
l’industria locale ne ha certo preso nota e dovremo sicuramente
attendere un po’ prima che il filone sia così fastosamente
rinverdito.