Musa, ovvero la forza del cliché
di Sergio Di Lino
Innanzitutto due considerazioni. La prima può suonare
quasi come un assioma: Musa è uno dei migliori film
epici in costume degli ultimi 20 anni; fa il paio con il thailandese
Suriyothai di Chatrichalerm Yukol, anch' esso uscito
nel 2001, e non sembra un caso che entrambi i film in questione
provengano da cinematografie emergenti dell'Estremo Oriente,
ovvero da latitudini in cui il cinema non viene (non ancora
almeno) pensato in termini di prodotto tendente al panteismo
assoluto, disposto e disponibile all'automutilazione (linguistica,
contenutistica, formale, perfino emozionale) e all' autocensura
pur di attirare una porzione di pubblico quanto più possibile
vasta ed eterogenea.
Seconda considerazione: chi scrive ritiene che una delle sfide
più stimolanti per un cineasta consista nel lavorare all'
interno del cliché, se non del puro stereotipo, nell' accettare
tutte le regole e i codici (i dogmi, verrebbe da dire) di
un genere classico e portarli all' estremo, stabilendo un
nuovo punto di non-ritorno; è la pratica operativa che ha
reso grandi registi come Visconti e Fassbinder nel mélo, Anthony
Mann o Eastwood nel western, e potremmo andare avanti così
facendo almeno un paio di nomi eccellenti per ciascun genere.
E' la pratica operativa messa in atto da un film come Musa,
poema epico-cavalleresco permeato dal primo all'ultimo fotogramma
di una classicità esibita con gusto quasi (ragionando per
paradossi) postmoderno, che non si vergogna di mettere in
campo una batteria di uomini e mezzi che riempiono lo schermo
di un'opulenza visiva talmente rara al giorno d'oggi da risultare
quasi anacronistica, che non si nasconde di fronte alle atrocità
della guerra, che non edulcora, non allude, non metaforizza
in maniera gratuita e immotivata, che prende di petto la materia
trattata e la affronta in modo diretto e brutale. In Musa
tutto ha le dimensioni del kolossal epico, dalla sontuosa
messa in scena all' uso dei divi, dalla musica alle scenografie
e ai costumi. Niente di nuovo, certo, fra echi di David Lean
e squarci di Kurosawa, ma non è la novità l'obiettivo di Musa:
come suggerito, il film sembra invece rivendicare il diritto
ad una classicità persino estenuante, il gusto della "bella"
regia e del racconto di ampio respiro, con personaggi a tutto
tondo e la giusta dose di retorica.
Cinema pensato per il pubblico, senza però le ruffianerie
e gli inganni degli analoghi prodotti occidentali, blockbuster
quasi malgré-lui, che non ambisce neanche allo status
di autorialità che forse gli spetterebbe, che serve a ricordarci
che il cinema è (che ci piaccia o no) prima di tutto un'esperienza
sensoriale, ciò che una volta veniva definito, con buona approssimazione,
spettacolo.