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Mr. Butterfly di Marc Kim
di Gianluca Gibilaro

Parte con un topos melodrammatico immediatamente voltato in parodia (la separazione degli amanti) e arriva con un esplicito omaggio al John Woo dei tempi d’oro (una sparatoria in chiesa che manda in pezzi, fra l’altro, una madonna di gesso) l’opera prima di Marc Kim (Kim Hyun-seong), noto in patria per un corto intitolato Window, presentato al prestigioso Asian Short Film Festival di Pusan. In mezzo (quasi) di tutto: la commedia korean style, il gangster movie (il riferimento è prima di tutto il Kwak Kyung-taek di Friend), il dramma carcerario e, naturalmente, il melodramma.
La farfalla del titolo è quella che si fa tatuare sul petto Min-jae, che, insofferente delle ristrettezze economiche cui la vita in uno sperduto paesino lo costringe, lascia la bella e innamoratissima Eun-ji al paesello per tentare la fortuna a Seul. Ma se ne va con una promessa: tra un anno, in un giorno nevoso come quello in cui abbandona il suo amore, ritornerà da lei ricco e ben vestito, per portarla via. E vivere così felici e contenti in una casa sul mare. Ma passano gli anni (cinque) e il sogno di Mr. Butterfly non si è ancora realizzato: a Seul non è riuscito a diventare niente di meglio che il tirapiedi di un boss da operetta. Anche la bella Eun-ji sembra dimenticata... Si ritrovano per caso, i due amanti: lui, non più gangster ma aspirante gigolò, lei ex prostituta maritata a un potente generale che non ama e che non vede di buon occhio le affettuose amicizie della moglie. E che farà incarcerare Min-jae per impedire il lieto fine...
Kim sceglie la via del feuilleton melodrammatico, dunque, e lo contamina con le scorie dei generi più in voga fra il pubblico sud coreano, ben abituato a cambi di registro e a alla commistione di generi. Ma rispetto ai suoi colleghi esperti in spericolati mélanges (il Kim Sang-jin di Jailbreakers o il Jeong Heung-Sun di My Wife is a Gangster, per esempio), Kim cerca di spingere più in là il discorso aumentando esponenzialmente le citazioni e le strizzate d’occhio e soprattutto scegliendo un’ambientazione d’epoca, per tentare anche la via dell’affresco socio-politico.
La vicenda del film si svolge infatti nel 1980, quando la Corea del Sud è oppressa dalla dittatura militare dei golpisti del 26 ottobre 1979, che avevano rovesciato il precedente regime assassinando quel generale Park al quale nel film si fa un fuggevole riferimento. E il 1980 è l’anno del massacro di Kwangju, con il quale il generale Chun Doo-hwan represse nel sangue le dimostrazioni di piazza.
In Mr. Butterfly ci sono pochi riferimenti espliciti alla dittatura, ma l’atmosfera dell’epoca è garantita dalla messa in scena della violenza nei capi di rieducazione e nel potere e nella ricchezza del generale che ha sposato Eun-ji: si percepisce la volontà di fare riferimento (anche) a quel doloroso passato, nel lavoro di Kim, anche se con scarsi risultati.
Eccesso d’ambizione, senza dubbio: dalle mani di Kim esce un pastiche che manderà in sollucchero i fanatici del cinema popolare dell’estremo oriente, ma che fa inevitabilmente storcere la bocca a quei palati fini che al cinema chiedono più di due ore di (semplice?) intrattenimento.

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