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Memories of Murder di Bong Joon-ho
di Pietro Liberati

Chi l’avrebbe detto che Bong, dopo un’opera prima divertente ed intinta nello humor nero come Barking Dogs Never Bite si sarebbe tuffato in un thriller atipico, che è contemporaneamente un film politico su un momento particolarmente difficile della Corea? Traendo spunto da un sanguinosissimo fatto di cronaca che alla fine degli anni ’80 scosse un piccolo paese (il brutale assassinio di alcune donne), Bong costruisce in Sal in eui choo eok (Memories of Murder) un intreccio in cui emergono soprattutto le contraddizioni etiche di un paese nel quale censura e repressione, spinte all’eccesso, generano un cortocircuito che viene fatto sfociare nel grottesco. I poliziotti locali infatti sono talmente abituati a torturare per estorcere informazioni e confessioni da essere incapaci di fare progressi nell’indagine. A dar loro una mano interviene un poliziotto di Seul, che disapprova (ma non ostacola in alcun modo) i metodi spicci e violenti dell’indagine. Ma che alla fine, frustrato dall’insolvibilità del caso (tutt’ora il serial killer non ha un volto), finisce per voler trovare un colpevole ad ogni costo. Nelle interviste Bong asserisce che molte scene che il pubblico del 21esimo Torino Film Festival (dove il film è stato presentato nel concorso lungometraggi, con buon successo) ha trovato divertenti, non sono fatte per strappare il sorriso o per far risaltare moralisticamente l’idiozia dei poliziotti di provincia, ma sono semplicemente il frutto degli studi che egli stesso ha compiuto per realizzare il film, e sono quindi derivanti dalla realtà dei fatti accaduti all’epoca. Tra queste, esilarante la scena in cui il detective di provincia Park (ad interpretarlo in maniera magistrale è Song Kang-ho, attore pacioso e versatile già apparso in Joint Security Area e in un ruolo totalmente diverso in Sympathy for Mr. Vengeance) si piazza nelle saune per osservare chi tra gli avventori non ha peli sul pube, per seguire quella che lui chiama “la pista dei glabri”. Ma sono sicuramente il prodotto del gustosissimo senso dell’ironia del regista le scene in cui suddetto detective ricostruisce la scena del delitto; per apprezzarne il gusto nella composizione del quadro però si può osservare la breve sequenza in cui tutti i poliziotti vanno ad una festa, ed una stessa inquadratura narra tre sardoniche storielle: in primo piano, il detective di Seul e Park che discutono del caso (facendo emergere sempre di più l’ottusità di quest’ultimo), in secondo il capo della polizia vomita in una terrina, sullo sfondo, dietro un divano, un agente violentissimo molesta una spogliarellista. Questa brevissima scena, da sola, dice di più sui metodi e la moralità del braccio violentissimo della legge dell’epoca, più di quella in cui, per incastrare un povero demente, Park fabbrica dal nulla delle prove. La bellezza del film di Park risiede, oltre che nell’armonia con cui si fondono elementi di crime story (il regista ha dichiarato di essersi ispirato nello stile a Imamura e a Fargo dei Coen), commedia e politica, nell’efficacia e nella discrezione, ossia nella non ostentazione saccente, della rappresentazione della banalità del male, senza un minimo di moralismo o di compiacimento per la propria (grande) padronanza tecnica. Grazie a queste qualità non comuni gli si perdona una certa prolissità, forse dovuta alla voglia di parlare troppo su un mistero ancora insoluto, e che, a detta dell’autore, ha richiesto un gran lavoro di ricerca e documentazione storica. Sempre nelle parole di Bong, il film non ha causato reazioni politiche o proteste per come rappresenta la legge. E’ anche vero che Memories of Murder è stato visto da 4 milioni di spettatori in patria: segno forse che questa pellicola parla in maniera schietta, necessaria e non retorica di una ferita ancora aperta nella memoria collettiva del paese.

Pubblicato per gentile concessione dell'autore e di www.cinemavvenire.it

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