In ogni festival o rassegna cinematorgafica
che si rispetti c'è sempre un'opera che la stampa ama eleggere
"film-scandalo" di turno. Per lo più, le pellicole strombazzate
dai media con tali espedienti si risolvono in delusioni più
o meno grandi, e critiche unanimi. Alla Mostra del Cinema
di Venezia del 1999 la nomea di film scandaloso era stata
affibbiata a Lies di Jang Sun-woo, che prometteva sesso
e perversioni assortite provenienti dall'esotica Corea. Per
di più, il film in questione era tratto da un libro bollato
in patria come pornografico, con conseguente arresto dell'autore
per oscenità. E il film stesso era stato bandito in Corea
e Giappone ed aveva causato guai con la legge al regista Jang.
Nonostante queste premesse, o forse proprio a causa di esse,
a Venezia il film non aveva scatenato putiferi né aveva
fatto indignare le platee; in molti, però, erano rimasti colpiti
dall'ostinazione con cui Jang mostrava ripetuti incontri sessuali
quasi senza soluzione di continuità: c'era anzi di che annoiarsi,
si era detto, di fronte ad una sceneggiatura che non prevede
altro che amplessi e frustate per un'ora e venti. Il fugace
chiacchiericcio veneziano intorno a Lies aveva comunque
garantito al film una distribuzione, seppur limitata, nelle
sale italiane.
Visto al di fuori delle macchinazioni scandalistiche da festival,
Lies si conferma un'opera insolita, asciutta e di notevole
coraggio. Il soggetto si può riassumere in poche righe: lo
scultore J intreccia un'intensa relazione sessuale con la
studentessa Y, più giovane di lui di una ventina d'anni. I
loro incontri si moltiplicano, in un crescendo di ossessione
erotica che sfocia nelle più svariate pratiche sadomasochistiche.
La sceneggiatura lascia ampio spazio alle descrizioni dettagliate
delle performances sessuali per tutta la durata del film,
inframezzandole solo occasionalmente con scene che descrivono
la vita privata dei due personaggi: il rapporto di Y con l'amica
Woori e con il dispotico fratello, la deludente vita matrimoniale
di J con una moglie sempre assente.
E' evidente che tra le intenzioni di Jang c'è quella di narrare
semplicemente una "normale" storia di sesso e sadomasochismo,
senza sottotesti (pseudo) intellettualistici stile Breillat,
senza impartire giudizi morali, né tantomeno ostentando morboso
compiacimento. Viene mostrato tutto quello che accade, senza
reticenze: la gioia del sesso che pian piano diventa ossessione,
tanto da condurre J all'annullamento della propria vita privata
in funzione del suo rapporto con Y. Una "quotidianità della
perversione", se vogliamo, amplificata non a caso dal fatto
che i due coraggiosi protagonisti del film sono attori non
professionisti: Lee Sang-hyun scultore anche nella realtà,
Kim Tae-yeon modella.
Ma c'è ben altro: il fine ultimo di Lies è apprezzabile,
nella sua piena efficacia, solo nella stessa Corea, Paese
in cui fino a pochissimi anni fa la censura imposta dal governo
era ancora estremamente forte. Come già accennato, il libro
"Tell me a lie" da cui il film è tratto, era costato all'autore
Jang Jung-il l'accusa di oscenità ed un conseguente periodo
in carcere.
La decisione di Jang Sun-woo di trarre un film da un libro
messo al bando è già di per sé un atto di sfida e di
accusa nei confronti delle imposizioni dei censori. Quando
poi il risultato è un film che ostinatamente mostra nudità
(comprese rapide apparizioni delle vietatissime aree genitali)
e reiterati atti sessuali, appare chiaro l'intento di Jang
di rompere radicati tabù e palesare ad un'intera nazione ed
al suo governo ciò che avviene dietro la facciata di quella
cosiddetta decenza imposta dai censori. In quest'ottica appare
funzionale agli intenti anche quella ripetitività che agli
occhi degli spettatori occidentali era apparsa come povertà
di idee o ricerca dello choc fine a sé stesso. Lies
è un'opera che acquista tanto più significato quanto più se
ne coglie la consapevolezza e la volontà di avere un preciso
impatto sulla società coreana: sono proprio le scene di sesso
quelle che acquistano senso una volta inserite in un contesto
extra-filmico, divenendo così una sfida polemica tesa ad esorcizzare
il potere della censura governativa in un Paese desideroso
di cambiare, di liberarsi.
Un film inteso come strumento d'azione, come viene esemplificato
anche dalle brevi sequenze iniziali, estranee alla finzione
narrativa, in cui gli attori vengono intervistati sulle possibili
conseguenze e sul significato di un film del genere.
In conclusione, una visione impegnativa per apprezzare la
quale è fondamentale conoscere le motivazioni e l'ambito socio-culturale
da cui l'opera è scaturita e verso cui è ferocemente rivolta.
Ironicamente, dopo il clamore suscitato in occidente, anche
le autorità coreane hanno deciso di dare il via libera alla
distribuzione nazionale del film, pur con alcuni minuti di
tagli; e il pubblico è accorso in massa, decretando un grande
successo per una pellicola che, in barba alle decisioni della
censura, la società coreana era evidentemente pronta a vedere.