Non ha avuto la fortuna critica che avrebbe
meritato l'ultimo lavoro del veterano Bae Chang-ho, liquidato
troppo sbrigativamente come l'ennesimo thriller dalla struttura
a incastro, con i vari tasselli del plot che vanno progressivamente
ricomponendosi fino a disegnare un mosaico in cui, magicamente,
tutto acquista una logica e una ragion d' essere. Last
Witness è certamente anche questo, soprattutto questo,
ma non solo.
Film dalle ambizioni forse smisurate, sicuramente superiori
a quanto una prima occhiata distratta lascerebbe supporre,
Last Witness si configura anche come una lucida e ispirata
riflessione sul tempo e sulla Storia. Il curioso mix di action-thriller
dall'impianto marcatamente low-fi (fotografia low-key a dominante
grigia, scenografie opprimenti, atmosfera da noir anni '40:
Seven ha evidentemente fatto scuola), dramma storico-bellico
e mélo trova una sua giustificazione proprio in questa progettualità
estremamente elaborata a livello concettuale, che fa del film
di Bae Chang-ho uno dei più teorici degli ultimi anni, almeno
nell'ambito del cinema di genere. La precisione con cui il
regista si destreggia fra andirivieni temporali, menzogne
e mezze verità, silenzi e vuoti di memoria, padroneggiando
la materia narrata con la disinvoltura di un consumato "meneur
de jeu", appare quindi persino accessoria di fronte ad un
apparato testuale così imponente, un'impalcatura tematica
e drammaturgia in grado quasi di reggersi da sola.
La pellicola, tratta da un popolare romanzo dello scrittore
Kim Sung-jong, ha una durata standard, 103 minuti, e questa
è forse la sua pecca più grave: la vastità e la complessità
dei temi affrontati (alcuni appena sfiorati: ad esempio, si
lamenta una certa relativa lacunosità riguardo la trattazione
di un argomento scomodo e rimosso quale l'internamento dei
dissidenti politici durante la guerra di Corea) e soprattutto
il modo in cui tali temi vengono sviscerati avrebbero meritato
senza dubbio una più ampia lettura; ma Last Witness
è pur sempre un thriller, e il regista ha forse temuto che
una durata eccessiva potesse diluire la tensione, inficiando
il risultato finale.
Il tempo. Il tempo è la vera dominante tematica del film,
il setaccio attraverso il quale viene filtrata l'enorme massa
di materiale che imbrica la narrazione. Come è facilmente
intuibile, non si tratta di un tempo lineare e strutturato,
bensì di un tempo soggettivo e interiorizzato, frantumato
in maniera apparentemente casuale e arbitraria. Alla struttura
progressiva dell'intreccio di tipo ottocentesco il film predilige
dunque il tempo dilatato e manipolato dalla psiche, alla maniera
di un Proust o di un Joyce (o di uno Svevo, di un Pynchon,
di un Robbe-Grillet…), una sorta di dimensione atemporale
in cui i salti da un'epoca all'altra avvengono più per libera
associazione di idee che per logica consequenzialità. In tale
ottica, anche la Storia non è più vista come flusso unitario,
monodirezionale e dai contenuti inequivocabili, ma come parto
di una ridda di memorie, tutte più o meno fallaci e parziali,
una sorta di patchwork di singoli momenti o episodi che non
sempre riescono a costituire una struttura organica. Un approccio,
quindi, quasi da "nouveau roman", quantomai insolito trattandosi
di un film di genere. Ma la peculiarità di Last Witness
risiede proprio nella capacità di conservare una struttura
chiusa e finita attraverso (malgrado) l'uso di strumenti affabulatori
non convenzionali, senza trascurare peraltro quella componente
ludica che ogni buon thriller-rompicapo deve giocoforza contemplare
per avvincere lo spettatore.