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> Schedario > Last Witness > Recensione

Schegge dal passato
di Sergio Di Lino

Non ha avuto la fortuna critica che avrebbe meritato l'ultimo lavoro del veterano Bae Chang-ho, liquidato troppo sbrigativamente come l'ennesimo thriller dalla struttura a incastro, con i vari tasselli del plot che vanno progressivamente ricomponendosi fino a disegnare un mosaico in cui, magicamente, tutto acquista una logica e una ragion d' essere. Last Witness è certamente anche questo, soprattutto questo, ma non solo.
Film dalle ambizioni forse smisurate, sicuramente superiori a quanto una prima occhiata distratta lascerebbe supporre, Last Witness si configura anche come una lucida e ispirata riflessione sul tempo e sulla Storia. Il curioso mix di action-thriller dall'impianto marcatamente low-fi (fotografia low-key a dominante grigia, scenografie opprimenti, atmosfera da noir anni '40: Seven ha evidentemente fatto scuola), dramma storico-bellico e mélo trova una sua giustificazione proprio in questa progettualità estremamente elaborata a livello concettuale, che fa del film di Bae Chang-ho uno dei più teorici degli ultimi anni, almeno nell'ambito del cinema di genere. La precisione con cui il regista si destreggia fra andirivieni temporali, menzogne e mezze verità, silenzi e vuoti di memoria, padroneggiando la materia narrata con la disinvoltura di un consumato "meneur de jeu", appare quindi persino accessoria di fronte ad un apparato testuale così imponente, un'impalcatura tematica e drammaturgia in grado quasi di reggersi da sola.
La pellicola, tratta da un popolare romanzo dello scrittore Kim Sung-jong, ha una durata standard, 103 minuti, e questa è forse la sua pecca più grave: la vastità e la complessità dei temi affrontati (alcuni appena sfiorati: ad esempio, si lamenta una certa relativa lacunosità riguardo la trattazione di un argomento scomodo e rimosso quale l'internamento dei dissidenti politici durante la guerra di Corea) e soprattutto il modo in cui tali temi vengono sviscerati avrebbero meritato senza dubbio una più ampia lettura; ma Last Witness è pur sempre un thriller, e il regista ha forse temuto che una durata eccessiva potesse diluire la tensione, inficiando il risultato finale.
Il tempo. Il tempo è la vera dominante tematica del film, il setaccio attraverso il quale viene filtrata l'enorme massa di materiale che imbrica la narrazione. Come è facilmente intuibile, non si tratta di un tempo lineare e strutturato, bensì di un tempo soggettivo e interiorizzato, frantumato in maniera apparentemente casuale e arbitraria. Alla struttura progressiva dell'intreccio di tipo ottocentesco il film predilige dunque il tempo dilatato e manipolato dalla psiche, alla maniera di un Proust o di un Joyce (o di uno Svevo, di un Pynchon, di un Robbe-Grillet…), una sorta di dimensione atemporale in cui i salti da un'epoca all'altra avvengono più per libera associazione di idee che per logica consequenzialità. In tale ottica, anche la Storia non è più vista come flusso unitario, monodirezionale e dai contenuti inequivocabili, ma come parto di una ridda di memorie, tutte più o meno fallaci e parziali, una sorta di patchwork di singoli momenti o episodi che non sempre riescono a costituire una struttura organica. Un approccio, quindi, quasi da "nouveau roman", quantomai insolito trattandosi di un film di genere. Ma la peculiarità di Last Witness risiede proprio nella capacità di conservare una struttura chiusa e finita attraverso (malgrado) l'uso di strumenti affabulatori non convenzionali, senza trascurare peraltro quella componente ludica che ogni buon thriller-rompicapo deve giocoforza contemplare per avvincere lo spettatore.

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