Joint Security
Area di Park Chan-wook
di Pietro Liberati
La cosa per certi versi straordinaria della
cinematografia sudcoreana è il ritrovarsi di fronte ad opere
prime, o seconde, che hanno uno stile maturo, già formato:
si pensi ad esempio ad un capolavoro come Peppermint Candy
di Lee Chang-dong, un’opera seconda di sublime bellezza
che rivela già la mano di un grande del cinema. In Occidente
capita molto raramente: più spesso, le opere prime sono film
un po’ zoppicanti, che in mezzo alla fuffa nascondono qualche
qualità.
Quando si guarda un’opera come Joint Security Area
non si può che rimanere ammirati: un thriller giudiziario-militare,
che è contemporaneamente un film sull’amicizia, sulle contraddizioni
di un popolo diviso in due, ed un invito a superare dette
divisioni politiche e ad abbracciare la fratellanza fra persone
legate da radici comuni. Per un regista occidentale, ci sarebbe
stato di che imbrattarsi nella melassa; per Park Chan-wook
(un nome diventato celebre nell’ambiente anche per il suo
film successivo, Symphathy for Mr. Vengeance, di cui
in futuro si sentirà sicuramente parlare) si tratta invece
di riflettere su ciò che lega e divide gli uomini. E su ciò
che può riunirli nuovamente. Due guardie nordcoreane di confine
sono morte, uccise con 16 colpi. Accusato dell’omicidio è
una guardia sudcoreana con le stesse mansioni, il sergente
Oh. Ad indagare viene chiamato un maggiore (donna) di origini
coreane, facente parte di una delegazione svizzero-svedese
super partes (la Commissione Neutrale di Vigilanza), che scopre
una verità ben oltre l’immaginabile: all’origine di tutto
ci sarebbe l’amicizia nata fra i soldati dei due fronti opposti.
I coreani all’epoca (si parla del 2000) sono letteralmente
impazziti per questo film, che è diventato il maggior successo
nazionale di sempre (è stato surclassato qualche mese dopo
dal bel gangster movie Friend). Quello che colpisce
in JSA è il grande equilibrio tra le varie parti che
lo compongono: tra thriller e dramma intimista non c’è alcuna
soluzione di continuità, anche perché tutti, compreso il maggiore
super partes, sono dotati di un punto di vista e di un segreto
nei quali lo spettatore può addentrarsi con grande facilità,
con un piacere dell’identificazione che consente un’immersione
totale nella vicenda. Non a caso si citava prima il film di
Lee Chang-dong: anche qui il complesso gioco di flashback
ad incastro, alcuni dei quali depistanti, servono a spiegare
non solo le azioni dei personaggi, ma anche perché (e come)
essi sono diventati quello che sono. Si innesca così un meccanismo
di empatia tra il protagonista Oh e lo spettatore che porta
a volere non più la soluzione dell’enigma (chi ha fatto cosa
e in che modo?), ma capire le cause che hanno portato al precipitare
di una situazione dove sembrava essersi stabilito un nuovo
equilibrio tra due poli opposti. L’asse del film si sposta,
e man mano che il film va avanti l’interrogativo che si allarga
a macchia d’olio è: perché l’odio tra le due Coree va mantenuto
quando almeno il dialogo è possibile?
Park sfrutta a dovere l’ambientazione, chiudendo i personaggi
in interni spesso angusti e illuminati in maniera spettrale:
non è affatto un caso che l’unico vero esterno, non considerando
tale quello comunque claustrofobico della base militare dove
si svolgono le indagini, sia proprio il ponte tagliato dal
38° parallelo che impariamo a conoscere già dalle primissime
immagini, ai lati dei quali lavorano le due guardie protagoniste.
La tensione sprigionata dagli interni diventa ben presto palpabile,
mentre non si avverte nemmeno per un secondo l’ombra di un
qualche cliché nel confronto tra i personaggi: si ha tempo
per ammirare la bravura degli attori (specie Song Kang-ho,
che interpreta il sergente Oh), il pudore di Park nel trattare
l’amicizia (splendida la sequenza dello scambio dei regali,
in cui tutti si interrogano sul come mantenere i rapporti
dopo la fine del servizio militare) e l’intelligenza con cui
viene sfruttato narrativamente l’emergere del passato del
maggiore (che scopriamo essere figlia di un nordcoreano imprigionato
al Sud cinquant’anni prima). Basta pensare un secondo ai tanti
impettiti protagonisti di thriller processuali d’ambientazione
militare (come i pur non disprezzabili La figlia del generale
e Regole d’onore) per afferrare subito la diversità
di spessore di JSA.
Se il film è diretto con grande conoscenza dei generi, quello
che è davvero sorprendente è che un esordiente, ignorando
la letteratura in materia di censura che per anni ha impedito
alla cinematografia sudcoreana di crescere, sia riuscito a
fare un ritratto tanto lucido delle ragioni di entrambi i
paesi, essendo al contempo estremamente critico verso il proprio:
i nordcoreani vestono una divisa, ma nonostante la propaganda
di regime si pongono domande a cui vorrebbero fosse data una
risposta; i sudcoreani invece hanno la testa imbottita di
precetti militari (“Ti ricordi quello che ci dicevano al corso?
Quelli del nord prima ti attirano e poi ti tradiscono” dirà
un compagno d’armi di Oh dopo aver passato il confine) a cui
sembrano dare sin troppo ascolto. E quel finale lirico, ma
limpidamente polemico, in cui si rievoca l’incidente diplomatico,
con entrambe le parti intente a spararsi, è lancinante anche
per chi non condivide il retroterra culturale coreano. L’ultimissima
immagine è di quelle che uno spettatore si porta anche a mesi
di distanza dalla visione.