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The Isle di Kim Ki-Duk
di Gianluca de Serio

Ci voleva un coreano per dare una vera scossa emotiva al panorama cinematografico del Lido. Già l'anno scorso il cinema coreano aveva fatto parlare di sé con Goijtmal, un film trasgressivo, esagerato, provocatorio. Ma se là i rapporti perversi tra i due protagonisti a volte risultavano gratuiti, fine a se stessi, e alquanto ripetitivi, qui, ne L'isola, le immagini forti e irritanti dei pesci tagliuzzati - e poi rigettati in mare - e degli ami conficcati in gola e addirittura nella vagina sembrano agire su di un piano diverso, dove il simbolo è motivato e coerente. Un film nuovo, se non nello stile, almeno nell'universo e nell'immaginario che il giovane regista Kim Ki-Duk (che è anche autore delle scenografie) riesce a ricreare. Certo, il simbolismo estremo a volte risulta cadere nel banale, ma non per questo il film perde di originalità. Un mondo unico e totalizzante, quello che viene mostrato, in cui la sopravvivenza, i bisogni umani e, soprattutto, l'amore tra un uomo e una donna, si riducono ad uno stadio embrionale e primitivo. Una metafora amara della solitudine dell'uomo contemporaneo al quale sembrano non bastare i mezzi di comunicazione per esprimere quel desiderio di amore che risulta, in ultimo, essere forse un disperato tentativo di rifugio. E lo spettatore, una volta afferrata la facile metafora, è sbattuto con un'inconsueta - per noi occidentali - violenza emotiva e visiva dalla risata al voltastomaco, dalla tensione alla contemplazione. Se la narrazione a un certo punto si fa un po' confusa, la forza delle immagini è più eloquente che mai, giocata tutta sul confine labile tra la morte - il fondo dell'acqua - e un vivere che è più un sopravvivere, un galleggiare - la superficie. E quelle inquadrature poste proprio là, con una trovata efficace, a metà dei due mondi, sembrano metterci in guardia e in attesa di un possibile galleggiamento o di un più probabile sprofondamento. Si esce soddisfatti, con un pieno di immagini, ma anche infastiditi, secondo sicuramente le intenzioni del regista. Ma del resto quante schifezze ci passano sotto gli occhi nelle nostre maratone televisive? E poi, soprattutto, una cultura così ricca e giovane come quella coreana, ma anche subdolamente censurata da un'apparente stato democratico, ha bisogno di alzare la voce e di turbare chi sta dall'altra parte e, viste le reazioni del pubblico in sala (boati, risate, svenimenti), si può dire che ci sia riuscita benissimo.

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