Ci voleva un coreano per
dare una vera scossa emotiva al panorama cinematografico del
Lido. Già l'anno scorso il cinema coreano aveva fatto parlare
di sé con Goijtmal, un film trasgressivo, esagerato,
provocatorio. Ma se là i rapporti perversi tra i due protagonisti
a volte risultavano gratuiti, fine a se stessi, e alquanto
ripetitivi, qui, ne L'isola, le immagini forti e irritanti
dei pesci tagliuzzati - e poi rigettati in mare - e degli
ami conficcati in gola e addirittura nella vagina sembrano
agire su di un piano diverso, dove il simbolo è motivato e
coerente. Un film nuovo, se non nello stile, almeno nell'universo
e nell'immaginario che il giovane regista Kim Ki-Duk (che
è anche autore delle scenografie) riesce a ricreare. Certo,
il simbolismo estremo a volte risulta cadere nel banale, ma
non per questo il film perde di originalità. Un mondo unico
e totalizzante, quello che viene mostrato, in cui la sopravvivenza,
i bisogni umani e, soprattutto, l'amore tra un uomo e una
donna, si riducono ad uno stadio embrionale e primitivo. Una
metafora amara della solitudine dell'uomo contemporaneo al
quale sembrano non bastare i mezzi di comunicazione per esprimere
quel desiderio di amore che risulta, in ultimo, essere forse
un disperato tentativo di rifugio. E lo spettatore, una volta
afferrata la facile metafora, è sbattuto con un'inconsueta
- per noi occidentali - violenza emotiva e visiva dalla risata
al voltastomaco, dalla tensione alla contemplazione. Se la
narrazione a un certo punto si fa un po' confusa, la forza
delle immagini è più eloquente che mai, giocata tutta sul
confine labile tra la morte - il fondo dell'acqua - e un vivere
che è più un sopravvivere, un galleggiare - la superficie.
E quelle inquadrature poste proprio là, con una trovata efficace,
a metà dei due mondi, sembrano metterci in guardia e in attesa
di un possibile galleggiamento o di un più probabile sprofondamento.
Si esce soddisfatti, con un pieno di immagini, ma anche infastiditi,
secondo sicuramente le intenzioni del regista. Ma del resto
quante schifezze ci passano sotto gli occhi nelle nostre maratone
televisive? E poi, soprattutto, una cultura così ricca e giovane
come quella coreana, ma anche subdolamente censurata da un'apparente
stato democratico, ha bisogno di alzare la voce e di turbare
chi sta dall'altra parte e, viste le reazioni del pubblico
in sala (boati, risate, svenimenti), si può dire che ci sia
riuscita benissimo.