La giovane Gina Kim (Seoul, 1973), dopo
aver studiato alla CalArts ed aver diretto numerosi corti
sperimentali che investigavano sulla propria identità in forma
di video diario, assai apprezzati in diversi festival, ha
esordito l’anno scorso nel lungometraggio con Invisibile
Light, un film che apre nuove frontiere al cinema coreano.
Il panorama della produzione coreana, infatti, si è sin qui
distinto per la sostanziale assenza di una produzione indipendente
che riuscisse a rompere il muro di silenzio che la rinserra;
il successo di stima ai festival internazionali che il film
della Kim (a tutt’oggi privo di distribuzione commerciale
in patria) sta riscuotendo può fare davvero da battistrada
ad un cinema sperimentale staccato dalle richieste (ed esigenze)
di una cinematografia monoliticamente imbrigliata dal mercato.
Partiamo dalla fine, proprio dai titoli di coda: un sorprendente
elenco di ringraziamenti in cui sono annoverati in sostanza
tutti i nomi dei più importanti cineasti coreani, da Lee Chang-dong
ad Im Kwon-taek, da Hong Sang-soo a Park Kwan-su, etc. etc.
Totalmente autofinanziato dalla Kim e da Kim Kyung-hyung,
Invisibile Light, infatti, ha ottenuto il supporto
amichevole e l’incoraggiamento in tutte le sue fasi di realizzazione
da parte di moltissimi cineasti che vedevano in questo “esperimento”
della giovane regista una nuova via per il cinema coreano,
intransigente e coraggiosa, che doveva essere sostenuta ed
assistita. E, in effetti, la Kim propone un’opera senza compromessi,
personalissima, che mette a dura prova lo spettatore per la
coerenza linguistica e per il peso emotivo straziante di un
fare cinema che fa i conti con l’identità individuale e le
sue affezioni in maniera dolorosamente lucidissima.
Due capitoli di durata ineguale, due ritratti di donne; prisma
dello stesso uomo, che mai incontriamo, vivono un dramma identitario
speculare, ma tutt’altro che simmetrico. Nel primo segmento,
Gah-in, 26enne studente coreana in California, si rende conto
che la sua relazione clandestina con un connazionale sposato
non può condurre al nulla; la solitudine la conduce a concentrarsi
sul proprio corpo, sul proprio peso e a spingersi ai confini
dell’anoressia… Nel secondo episodio, Do-hee, moglie del medesimo
uomo scopre di essere incinta di un altro e decide subitaneamente
di tornare in patria. In Corea, con pillole abortive in borsa,
la donna s’instrada per visitare l’anziana nonna e prega un
barista che ne ha notato l’umore sconsolato, di fingersi suo
marito. Nel frattempo, la scadenza per l’efficacia delle pillole
incombe…
In una conversazione all’ultimo International Film Festival
Rotterdam, Gina Kim mi ha detto di essere consapevole di quanto
il suo film sia estremo per il pubblico, di quanto possa renderlo
triste, demoralizzarlo e deprimerlo, che vorrebbe poterlo
intrattenere dopo ogni proiezione raccontando cose buffe o
cantando, per tirargli su il morale, e che per certo il suo
prossimo film sarà al 100% commerciale, puro entertainment.
Senza dubbio Invisibile Light non entusiasmerà per
il suo contenuto provante, ma altrettanto certamente conquista
per il radicalismo cinematografico che fa suo. La Kim sceglie
un approccio che viene dalla cronaca spicciola e minuziosa
del documentario e del diarismo per dettagliare la parallela
e discordante discesa agli inferi di due identità femminili.
La solitudine, la sofferenza dei due personaggi è in fondo
lo specchio di una stessa medaglia, che è proprio l’essere
donna, e la comune radice femminile della loro pena interroga
a fondo e lancinantemente sull’iniquità dell’essere donna
in un mondo “al maschile”. Attenzione! Non siamo però di fronte
ad un film femminista, bensì ad un’opera che si spinge a profondità
d’abisso nell’indagare il meccanismo di dipendenza individuale,
slegato da qualsivoglia contestualizzazione storico-politico-culturale.
I lunghi, insistenti, sfiancanti piani sequenza che nella
prima parte del film ritraggono l’affondare di Gah-in sono
portentose scritture in immagini di una dichiarazione dell’universalità
del soffrire. E la luce invisibile che illumina, forse, le
due protagoniste è la speranza di una rinascita, che è soprattutto
una presa di coscienza della possibilità di ricominciare,
di rinascere; opzione da ricercare soltanto in sé e non nell’altro
e nella (in qualsivoglia forma di) dipendenza…