Sulle strade del già visto
si colloca quest'opera prima della giovane regista coreana
Lee Un-hee. La storia è quella della povera quindicenne Mina,
condannata a morte da una non meglio definita malattia incurabile.
Unico indizio fornito allo spettatore è il guanto in garza
che le copre la mano sinistra, come per nascondere chissà
quale orrore.
Gli ingredienti per accattivarsi gli spettatori meno accorti
(soprattutto il pubblico televisivo che si scioglie davanti
alle "vite in diretta") ci sono tutti: il passato ospedaliero
di Mina e il calvario della madre costretta ad affrontare
il dramma senza il marito (morto!); il desiderio della stessa
madre di far vivere alla piccola emozioni intense prima della
fine annunciata più volte (ad esempio l'amore fisico!!); il
rapporto tra Mina e un ragazzo molto più grande che si affezionerà
a lei e ne soffrirà la fine (pare che però fosse stato ingaggiato
dalla madre per far innamorare la figlia!!!).
Insomma di tragico c'è soprattutto il plot, che ci trascina
in un tempo delle mele (pere) ai confini con quel brutto e
settantissimo L'albero di Natale, che forse rappresenta
ancora oggi l'apice dei racconti sui ragazzini sfigati.
Il film ha il pregio (per chi si è commosso) di reiterare
le emozioni forti con almeno altri due finali dopo la dipartita
della sfortunata, a vantaggio di un'incursione interessante
nella vita professionale del ragazzo che aveva dato l'Amore
a Mina: da buon fotografo, a chiudere (più o meno) il film
sarà il vernissage della sua mostra e ovviamente la gigantografia
della mano mostruosa di Mina a cui manca un dito (tutto qua).
Già, da non dimenticare il commento di due visitatrici, a
sottolineare la condizione di reietta in vita della fanciullina:
"ma è davvero una mano umana!?"
Consigliato a chi vive Fuori Dal Mondo.