The harmonium
in my memory di Lee Yong-jae
di Luca Sella
The harmonium in my memory è come
passeggiare in una strada di campagna in una calda giornata
di tarda primavera e rendersi conto all'improvviso di quanto
ci sia di straordinario in ciò che ci accade tutti i giorni.
L'eccezionalità di questo film fragile e delicato, incerto
anche, in certi punti, sta proprio nella sua capacità di raccontare
in modo coinvolgente vicende che di eccezionale hanno poco
o nulla. Storie e sensazioni che fanno parte della vita di
chiunque: l'amore sognato e mai realizzato, la cotta per il
proprio professore, la collezione di dischi conservata con
cura maniacale... E' una poetica delle piccole cose quella
a cui fa riferimento The harmonium in my memory: la
poesia della quotidianità di un minuscolo paese di campagna
della Corea del 1963. Per descrivere tale realtà, l'esordiente
Lee Young-jae usa un linguaggio scarno, molto efficace pur
nella sua estrema semplicità, e riesce nell'intento di realizzare
un'opera molto godibile, capace di non appiattirsi, bensì
di regalare momenti di grande e intenso coinvolgimento. Pur
essendo principalmente imperniato sulla figura del giovane
maestro Kang e sui suoi rapporti con una collega di cui egli
si è innamorato e con una studentessa che si è, invece, invaghita
di lui, The harmonium in my memory, in certi momenti,
diventa una sorta di opera sulla vita dell'intero minuscolo
paese di campagna in cui la storia si svolge. Lee Young-jae,
infatti, parallelamente alle vicende del giovane maestro,
descrive una serie di sottotrame, che rendono il film un interessante,
ma a tratti un po' stilizzato, affresco della vita del villaggio,
un'istantanea abbastanza efficace di un luogo imprecisato
nella Corea del 1963, tra maestri eccentrici, violenti ed
esauriti (e un po' caricaturali), difficili rapporti tra madre
e figlia, amori incantati e frasi non dette, iniziate e mai
finite. Il tutto è descritto senza patetismi, nella serena
convinzione che non sempre tutto funziona come vorremmo, che
a volte bisogna tornare sui propri passi, che l'amore è un
sentimento sì totalizzante, ma non assoluto, dai confini indistinti.
Ecco allora che alla fine il maestro Kang, pur essendosi conquistato
la stima e l'affetto dei propri studenti, lascia il villaggio,
arricchito dall'esperienza, dalle piccole realtà con cui è
stato a contatto, di cui spesso non ci accorgiamo ma che invece
sono tesori. L'ultima sequenza del film, in cui la signorina
Yang, l'ormai ex-signorina Yang, ascolta lo stesso disco che
il giovane maestro le aveva prestato, è proprio lì a ricordarci
che a volte le persone non sono attente ai piccoli semplici
gesti della vita quotidiana, sempre alla ricerca come sono
di un'eccezionalità altra. L'amore tra il maestro Kang e la
signorina Yang non è sbocciato probabilmente perché non sono
stati in grado di comunicare attraverso tali gesti quasi impercettibili,
non sono riusciti a fare un semplice passo dopo l'altro, fino
ad arrivare senza accorgersi alla cosa difficile che stava
in fondo. The harmonium in my memory riconcilia con la normale,
a volte dolorosa, straordinarietà della vita; ci fa sentire,
nel bene e nel male, straordinari nella nostra normalità di
uomini.
Si ringrazia il Verona Film Festival per
aver concesso la consultazione dell'opera.