Prologo Nella presentazione dell'ultima
edizione della Mostra del cinema di Venezia, Alberto Barbera
proponeva un'interessante distinzione tra film "evento" e
film "avvenimento", chiedendosi quale potrebbe essere il loro
ruolo all'interno di un festival cinematografico. Barbera
definisce i film avvenimento come "i pochi capaci di rimettere
in discussione il cinema così com'è". Ebbene, se i festival
cinematografici hanno ancora motivo di esistere (e le posizioni
a proposito sono contrastanti), questo non può che essere
la ricerca e la proposta di quelle opere destinate a lasciare
il segno e capaci di modificare alcune realtà filmiche e profilmiche
preesistenti. L'ultimo Festival di Torino ha adempiuto in
maniera egregia ai "doveri" di un festival, offrendo nelle
sezioni competitive (ma non solo) autori ed opere davvero
convincenti. A mio modesto parere, Friend
del coreano Kwak Kyung-Taek è stato il miglior
lavoro proposto nel concorso lungometraggi; definire quest'opera
un film "avvenimento" nel significato proposto da Barbera
è una sopravvalutazione, non c'è dubbio, ma parlare di Friend
come di un punto di svolta nella storia del cinema coreano
e nella fruizione che esso potrà avere nel resto del mondo,
è un'affermazione pienamente giustificabile.
Cinema coreano: la svolta? Friend
è infatti il film dei record: al botteghino coreano ha letteralmente
polverizzato qualunque dato d'incassi precedente, registrando
in pochissimi mesi un'affluenza di pubblico mai vista prima
(oltre sei milioni di spettatori). Ma, cosa più importante,
questo enorme successo ha anche attirato l'attenzione di grandi
compratori internazionali; da quest'opera in poi quindi, la
Corea diventa prezioso "serbatoio cinematografico" per le
grandi case di distribuzione, pronte a far conoscere le opere
dei maggiori talenti anche al di fuori dei confini coreani.
Questa nuova attenzione verso la Corea si deve anche ai festival
di cinema, che hanno grande merito nella veicolazione di cinematografie
ingiustamente considerate "minori". Se, ad esempio, per ben
due anni consecutivi, il Festival di Venezia ha posto sotto
i riflettori il (grande) regista coreano Kim Ki-duk, altri
festival internazionali (tra i quali è annoverabile Torino),
hanno fatto scoprire Kwak Kyung-Taek. Nei diversi festival
in cui è stato presentato (Vancouver, Montreal, Londra, Hollywood
ecc.), Friend
è stato definito come il simbolo del rinascimento dell'industria
cinematografica coreana.
Kwak Kyung-Taek E pensare che all'inizio
il regista ebbe notevoli difficoltà a trovare dei finanziamenti
per produrre la sua opera terza. Kwak Kyung-Taek è nativo
di Pusan, la seconda città coreana per grandezza, ma è newyorkese
per quanto riguarda la sua formazione cinematografica. Debuttò
nel lungometraggio nel 1997 con 3 P.M. Paradise (girato
in due settimane in una casa di Pusan), che fu invitato a
numerosi festival; il regista ebbe poi un nuovo apprezzamento
da parte della critica con la sua opera seconda, datata 1999,
Dottor K, una sorta di horror romantico.
Il film Nel 2000 è stata la volta
di Friend,
opera che convince sotto tutti gli aspetti e che riesce nel
difficile tentativo di aggiungere qualcosa di nuovo all'ormai
saturo genere dei film riguardanti la lotta tra gruppi mafiosi.
Pur essendo centrali i macabri giochi di potere tra le bande
rivali, è l'amicizia e gli stretti rapporti che questa può
produrre, a sviluppare e sorreggere l'intera narrazione. La
visione della lotta di mafia, infatti, non è diretta ed impersonale,
bensì è fortemente filtrata dal ricordo e dall'opinione di
uno dei protagonisti, la cui voce fuori campo collega e commenta
le immagini della sua stessa memoria. Questa serie di ricordi
ripercorre la storia dell'amicizia tra il protagonista ed
altri tre coetanei. E' infatti doveroso far notare come Friend
sia un testamento, un omaggio che il regista ha voluto fare
a tre amici d'infanzia realmente vissuti. La storia narrata
sullo schermo coincide quasi totalmente con quella vissuta
dal regista; il personaggio di Sang-taek, il più benestante
tra i quattro amici che va a studiare all'estero, rappresenta
lo stesso regista. Nel film, il quadrato iniziale composto
dagli amici, si scinde in due parti con il passare degli anni:
due si avviano, separatamente, verso la malavita, e gli altri
due assistono impotenti alla guerra che si scatena tra gli
amici ora rivali tra loro. In quest' opera l'amicizia è il
valore fondamentale tanto da trascendere il bene e il male.
A differenza di altre produzioni riguardanti i clan mafiosi
del Sol Levante, manca quella forte componente nichilista
come se fosse stata omessa dai ricordi dell'amico, estraneo
alla malavita; viene però mantenuto quell'inestricabile rapporto
tra violenza e poesia tipico del cinema coreano e giapponese.
Dal punto di vista stilistico l'opera si colloca a metà tra
i film jakuza di Kitano e, nelle sequenze più travolgenti,
i canoni dei film d'azione. Si alternano momenti caratterizzati
da un montaggio molto dinamico, dall'uso del ralenti e del
fermo immagine (che mostrano la grande abilità del regista
nel dirigere scene convulse e di massa) a momenti in cui il
dialogo (molto curato) sorregge la struttura narrativa. Oltre
a creare un "testamento" delle esperienze dei sui amici, Kwak
Kyung-Taek offre anche un magnifico ritratto della sua nativa
Pusan. La seconda città della corea qui è presentata in una
rara bellezza. Ciò è anche dovuto alla splendida fotografia
firmata dall'esordiente Hwang Ki-seok, capace di porre in
forte contrasto cromatico le scene ambientate durante l'infanzia
degli amici con quelle della loro giovinezza ed età adulta.
"Non mi piacciono né i melodrammi commoventi né i thriller
che ti fanno venire il batticuore. Vorrei che questo mio film
colpisse gli spettatori stimolando ogni cellula del loro corpo
e che non fosse semplicemente un divertimento per gli occhi"
(Kwak Kyung-Taek).