The
Foul King di Kim Jee-won
di Lorenzo Bertolucci
The Foul King, ovvero il re dei falli,
delle scorrettezze; ma, intendendo "foul" come aggettivo,
potremmo tradurre anche "il re disgustoso, orribile, indecente".
E' con questo appellativo che l'impiegato Im Dae-Ho intraprende
la sua carriera nel wrestling semi professionistico. Dae-Ho,
salaryman incapace e improduttivo, vessato dai superiori
e ignorato dalla donna che ama segretamente; un perdente ancora
costretto a subire le ramanzine del padre che gli rimprovera
la sua passività e immaturità; un fallito su tutta la linea,
ridicolizzato dal capufficio che si diverte a stringergli
la testa tra le braccia in una presa a tenaglia, dalla quale
egli non riesce mai a liberarsi: "Questo mondo è una giungla;
i deboli sono destinati a morire", gli ricorda sempre
il boss dopo averlo umiliato.
Ma, come è prevedibile, sotto la cenere delle mortificazioni
e delle sconfitte arde il fuoco della rivalsa: ed è proprio
il desiderio di riuscire a liberarsi dalla micidiale mossa
del capoufficio che spinge il protagonista ad iscriversi in
una scalcinata palestra di wrestling. Impegno ed aggressività
non gli mancano, e Dae-Ho sembra destinato ad una brillante
carriera sportiva... From zero to hero: si potrebbe pensare che il succo
del film stia tutto in questo abusato cliché di mille film,
ma non è questo il caso di The Foul King. Certo, da
una premessa del genere (impiegato diventa wrestler), è lecito
aspettarsi una buona dose di comicità e qualche movimentata
scena sul ring, e in questo lo spettatore non resta deluso:
il versatile regista Kim Jee-woon dimostra mano felice nel
rendere sempre godibile un umorismo demenziale ma mai di bassa
lega, assurdo ma mai volgare. Questo fa sì che il registro
generale del film, ad un primo livello di lettura, sia indiscutibilmente
quello della commedia. Quanto alle scene di lotta, ce ne sono
in buon numero, e per qualità di coreografie e invenzioni
comico-spettacolari non lasceranno insoddisfatto l'amante
del genere.
La riuscita di tutti gli elementi sopraccitati è dovuta tanto
ai meriti di Kim quanto al fondamentale apporto degli attori,
primo tra tutti il protagonista assoluto, l'impareggiabile
Song Kang-Ho. Qui Song conferma la sua abilità nel tratteggiare
con discrezione e originalità il classico personaggio del
perdente comico e sottilmente malinconico; inoltre, rivela
un'insospettata e sorprendente agilità nelle scene di lotta,
che egli esegue sempre in prima persona (come del resto fanno
tutti gli altri attori del film; non ci sono stuntmen). Sul
versante puramente comico del film, non passa inosservato
Sang Myun-Park, caratterista alla prese con quel ruolo di
imbranato che saprà elevare a livelli eccezionali in My
Wife is a Gangster. Commedia e acrobazie, abbiamo detto.
Ma The Foul King è molto di più; c'è un ulteriore livello
di lettura che, senza scavare tanto in profondità, ci dà prova
del vero significato e delle vere qualità del film.
La competitività massacrante della società coreana; la frustrazione
dell'uomo medio incapace di reggere i ritmi di tale società,
della quale è suo malgrado una pedina; l'ineluttabile predestinazione
al fallimento per tutti coloro che non sono capaci di integrarsi.
Sono questi i temi che Kim ci mette davanti agli occhi, temi
coperti solo sottilmente dalla maschera della commedia così
come il protagonista si copre con la maschera del wrestler.
Dae-Ho non riesce ad integrarsi e a vincere nella società,
come opportunamente gli ricorda il capufficio ("I deboli
sono destinati a morire"); l'unico modo che egli ha di
sfogare la sua frustrazione è il wrestling. Ma tale sport,
per quanto possa permettergli di liberare l'aggressività repressa,
non lo potrà far diventare un vincente; questa non è una storia
che racconta un percorso From zero to hero. Dae-Ho,
inesorabilmente emarginato dalla società, resterà un emarginato
anche nella sua carriera sportiva; nessuno arriverà ad accettarlo
o ad apprezzarlo per le sue vittorie.
Emblematica, in questo senso, la scelta del wrestling: uno
sport già di per sé demenziale (quindi perfetto per una commedia),
uno sport niente affatto nobile, in cui gli esiti degli incontri
sono decisi a tavolino; uno sport praticato da emarginati
che si rendono ridicoli con i loro costumi e le loro mosse
enfatiche. Sul ring, Dae-Ho trova la forza necessaria grazie
alla sua maschera, che nasconde il suo vero volto e gli permette
di essere altro da sé. Ma non appena egli indossa la stessa
maschera nella vita reale, di nuovo fallisce, anzi appare
ancor più ridicolo: vedendolo così conciato, il padre continua
a rimproverarlo e a ritenerlo un immaturo, mentre la donna
dei suoi sogni nemmeno prende in considerazione la sua sofferta
dichiarazione d'amore.
E anche il tanto atteso confronto finale con l'odiato capoufficio
si risolverà in un'ennesima, comica beffa del destino avverso.
"Il re indecente", appunto.
Kim si tiene magicamente in bilico tra commedia, azione, malinconia
e critica sociale, riuscendo a far prevalere il tono comico
senza che gli altri elementi perdano forza o risultino ridicolizzati.
Song, da par suo, si fa perfetto interprete di questo riuscita
commistione di generi.