Flower Island di Song Il-Gon
di Massimiliano De Serio
Dopo aver vinto il Gran Premio della Giuria
a Cannes nel 1999 con il cortometraggio The Picnic,
il giovane regista coreano Song Il-gon esordisce nel lungometraggio
con Flower Island, film di altissima qualità che può
contare su un gruppo di attori e attrici fantastico. Non poteva,
quindi, non aggiudicarsi il Premio Cinemavvenire per la Migliore
Opera Prima. Speriamo di rivederlo presto nelle sale. "Tutti
abbiamo ferite interiori incurabili: tali ferite provengono
dal destino e non potremmo liberarcene se non con la morte".
Per sanare le ferite interiori l'unica soluzione, sembra dirci
Song Il-son, è quella di vivere, ripercorrendo a ritroso,
attraverso le vie dell'Arte, la propria Vita. Andando incontro
al destino, sfuggendo alla disperazione: "Diventando adulto
ho scoperto per prima cosa le ferite mie e della gente che
mi stava attorno. Sembrava che queste ferite non fossero curabili.
È per questo che ho cominciato a fare film". La poesia è il
filo rosso di questa grande opera prima, forse uno dei film
più belli della Mostra, gonfio di respiri e pianti, sorrisi
e silenzi, in un viaggio che forse è la metafora più lucida
e penetrante della Vita. Tre donne si incontrano per caso
lungo il proprio cammino, ciascuno con una storia dolorosa
alle spalle: una giovane costretta ad abortire in una toilette
pubblica (crudissima e bellissima questa prima sequenza del
film); una cantante lirica che, a causa di un tumore, deve
scegliere se morire o amputarsi la lingua (verrà poi trovata
dalle altre due protagoniste semi-assiderata dentro una macchina,
dove aveva tentato il suicidio); una donna un po' più anziana
che vede morire fra le sue braccia un vecchio, forse colui
che la costringeva a prestazioni sessuali, e che parte dalla
città in direzione dell' Isola dei Fiori, sulla via della
quale inviterà le altre due ad accompagnarle. Ma che cos'è
quest'Isola dei Fiori? È il luogo "dove non vi sono angosce
per gli esseri umani, dove la sofferenza e il dolore svaniranno".
Ed è qui che si rivela la vera meta del viaggio: la cantante
lirica malata di tumore, le cui condizioni si aggravano progressivamente
verso il finale del film, è accompagnata verso la morte dalle
due compagne le quali, trovato "l'angelo custode" (una donna)
nell'Isola, la lasciano sopra una barca issata da una gru,
guidata dall'"angelo", con una corda, per poi scomparire nel
buio del cielo del mattino. Una delle tre donne, la più giovane,
filma il tutto con una piccola videocamera digitale che ha
sempre con sé durante il viaggio. Ma il bianco e nero delle
precedenti riprese fatte dalla ragazza si trasforma in quest'ultima
immagine in colore "sgranato" dove, come per magia, compare
sua madre esattamente come in una delle immagini dell'inizio
del film. Un viaggio, quindi, che è una ricerca delle proprie
origini esistenziali, delle proprie angosce da esorcizzare:
a volte basta un paio di ali di cartapesta, coma quelle donate
dalla ragazza alla cantante prima della sua morte, per volare
verso cieli infiniti. Quelli, in fondo, della fantasia e dell'Arte.