Per
gentile concesione dell'autore e di Objectif Cinéma
Primo lungometraggio di Kim Ki-duk, Crocodile
è per il suo autore la conclusione di un periplo europeo che
parte da Parigi. Caschetto incollato sulla testa e gestualità
goffa da timido, Kim Ki-duk è quanto di più lontano si possa
immaginare dall'immagine del “cattivo ragazzo” che gli viene
affibiata. Dall'eloqio sopedito, attraverso il dettaglio descrive
i suoi viaggi e il tempo trsascorso a Palavas-les-Flots a
dipingere.
Kim Ki-duk afferma di non aver visto molti film e di aver
esordito con Crocodile ignorando le regole fondamentali
del linguaggio cinematografico. Alla visione del film, questa
affermazione non può non stupire, tanto le forme di quel romanticismo
della marginalità che dispiega fanno esplicito riferimento
a un certo cinema “post-”, da Jean-Jacques Beinex a Carax.
Luce bluastra ed elegia del cadente compongono fin da questo
momento un universo dall'estetismo un poco desueto. Allo stesso
modo la situazione iniziale si rivela indebolita da un carattere
allegorico un po' maldestro, riunendo tre generazioni di uomini
sulla banchina del fiume per meglio modificarle attraverso
l'introduzione di un personaggio femminile. Questo partito
preso allegorico raggiungerà il suo apice in The Isle,
film-poema nel quale il minimalismo della scenggiatura datrà
maggiore legittimità ai simboli. Crocodile dunque di dà conto delle evoluzioni di un
branco maschile, dominato dalla forza di Crocodile passando
per la costituzione di una para-famiglia per arrivare alla
dissoluzione finale. Pittore di formazione, Kim Ki-duk conosce
fin troppo bene le sirene della sistematizzazione per non
aderirvi: e Crocodile si fa ricordare soprattutto per
la brutalità fantasmatica del suo personaggio principale.
Comme en de ça di un romanticismo del fallimento, Crocodile
è animato solo dal suo imperioso desiderio vitale. Nato come
un odio contro tutti, il desiderio che anima Crocodile si
incanala nell'amore per una bella uscita dai flutti. Un repentino
mutamento che il film non si occupa di spiegare, e a buon
diritto: questo amore e la promessa di un futuro che esso
porta con se scivola ben presto nella vendetta compiuta in
suo nome. Tutto è questione di sofferenza e di violenza qui,
e il dono di se deve inevitabilmente passare dalla riconduzione
di una collera egoista e primordiale. Ma non è la fugace illusione
di un surrogato di famiglia che motiva questo anti-eroe, ma
l'impossibilità in cui si trova di elaborare un progetto che
includa una persona che non sia lui stesso. Allo stesso modo
l'illusione amorosa cede all'ultimo momento davanti alla potenza
dell'istinto di sopravvivenza: e Kim Ki-duk ci offre una delle
sequenze più sconvolgenti di questo festival (L'Etrange Festival,
n.d.t.) per sostenere una volta in più che la vita e le sue
battaglie sono, una volta per tutte, sovrane e individuali.