The Coast
Guard di Kim Ki-duk
di Gianluca Gibilaro
Dalla fine della guerra di Corea una cortina
di ferro separa, all'altezza del 38° parallelo, il nord comunista
dalla Corea del Sud. Una dolorosa lacerazione, una ferita
profonda che il cinema sud coreano ha raccontato più volte,
soprattutto in anni recenti.
Mai però Kim Ki-duk era stato così esplicito nell'indicare
proprio in quella ferita, in quella linea tracciata col righello
su una carta geografica, una delle origini di quel malessere
e di quel dolore che caratterizzano i suoi personaggi. E proprio
in questo, nel non dar conto al suo spettatore delle ragioni
di quel disagio, risiedeva una delle ragioni del fascino dei
suoi film e della loro capacità di raggiungere anche gli spettatori
più lontani dalla realtà sud coreana.
Con The Coast Guard Kim Ki-duk sembra invece voler
mettere a fuoco l'origine della rabbia, della violenza cieca,
della follia autodistruttiva e masochistica di molti dei suoi
personaggi come se, giunto al suo ottavo lungometraggio, avesse
pensato che fosse tempo di svelare il mistero. E se la riuscita
può lasciare qualche perplessità, se il film presenta qualche
lentezza o qualche slabbratura, nessun dubbio ci può essere
sul desiderio di Kim ki-duk di raggiungere con questo film
un pubblico più vasto, lui che ha raccolto i consensi di una
parte - minoritaria - della critica, lui che è andato spesso
incontro a fraintendimenti tanto in patria quanto all'estero
e lui che, soprattutto, è sempre stato accolto con freddezza
proprio dal pubblico del suo paese, al quale i suoi film erano
e sono principalmente diretti.
Ecco che allora The Coast Guard riprende i fili sparsi
della produzione precedente e ne tenta una sintesi. Ritornano
i pesci di The Isle (senz'ami, però) con il loro statuto
di parenti stretti dei personaggi; ritornano il tema della
follia omicida (Real Fiction) e ritorna quel modo di
costruire il racconto in barba a qualsiasi verosimiglianza
che aveva trovato in Bad Guy la sua massima espressione.
E se anche in The Coast Guard Kim Ki-duk sceglie di
tener fede al vero prima che al verosimile, di badare alla
poesia più che alla prosa, qui lo fa con qualche compromesso
in più rispetto ai film precedenti: si sente vivo il desiderio
di risultare più piano, più esplicito, più comprensibile;
di avvicinarsi al pubblico, pur senza rinunciare del tutto
alla propria originalità e al proprio stile.
Se si tratti dell'inizio della fine, se Kim Ki-duk abbia annacquato
il proprio talento, se stia perdendo la grinta dei primi,
selvaggi lungometraggi o se piuttosto sia in cerca di una
strada per comunicare, oltre che per esprimersi, ce lo diranno
i suoi prossimi lavori. Che questa volta abbia se non altro
centrato l'obiettivo di raggiungere un pubblico più vasto,
ce lo dice il fatto che The Coast Guard nella prima
settimana di programmazione è balzato al terzo posto nel box
office coreano.