Park Ki-yong ama le camere d'albergo… E
le relazioni clandestine… Quattro anni fa molti festival accolsero
nei loro programmi Motel Cactus,
opera prima di Park, lussuriosamente fotografata da Christopher
Doyle, il direttore della fotografia dei film di Wong Kar-wai,
che recentemente è stata editata in video dalla e.mik. In
quel film Park raccontava di alcune relazioni amorose che
avevano avuto quale sfondo la medesima camera di un motel.
Con la sua opera seconda, Park torna sul "luogo del delitto",
concentrandosi su un'unica relazione clandestina in termini
linguistici frontalmente sperimentali.
Un uomo ed una donna, entrambi sulla quarantina, approfittano
di un week-end per vivere una relazione extra-coniugale. Si
recano in una località turistica di mare, prendono alloggio
in una camera d'albergo, mangiano, conversano a lungo, fanno
l'amore. Poi, come erano arrivati, se ne vanno e si lasciano.
Nulla di più… nulla di meno…
Girato in digitale e in bianco e nero, trasferito in 35mm
con l'effetto di una splendida sgranatura della fotografia,
Camel(s) investiga con pudica impudicizia
la solitudine di due esseri che trovano un precario rifugio
nella reciproca infelicità. Attraverso lunghi piani sequenza,
eleganti e statici, Park indugia sul nulla di cui si costruisce
una relazione umana. Le lunghe conversazioni tra i protagonisti
hanno il sapore della banalità del quotidiano e in quanto
tali illuminano inauditamente la loro esistenza ed infelicità.
Park mantiene le distanze di chi registra e osserva in maniera
entomologica, proponendo quasi un modello etologico di relazione
umana. In tal senso poche volte negli ultimi anni s'era vista
una scena di sesso dirompente quanto quella che costituisce
il perno del film. Con la palpitante discrezione del naturalista
che osserva a fiato mozzo il coito di una specie rara, Park
blocca la sua macchina da presa a inintrusiva distanza e riprende
in tempo praticamente reale il coire sotto le lenzuola dei
suoi protagonisti. Una sequenza glaciale che al contempo si
eleva sublimemente ai vertici di una poesia del vero.
Una sequenza che rivela pure il senso profondo di un film
arduo, non certamente indicato a pubblici diversi da quello
dei cinefili incalliti da festival. Lo stile pressoché documentario
adottato da Park, presunto mezzo di raggiungimento di una
qualche forma di oggettività, viene applicato con rigore a
ciò che più dimostra resistenza all'approccio scientifico:
comportamenti e soprattutto sentimenti di esseri umani. L'inevitabile
contraddizione che sta alla base del suo "esperimento" nondimeno
porta alla creazione di un'opera cinematografica disturbante
che riproduce, inevitabilmente in maniera fittizia, il posarsi
di un occhio alieno su creature altre ed impenetrabili. E
il disagio che la visione del film procura, in particolare
nelle sequenze di assestamento dell'inizio e della fine (due
gelidi lunghi viaggi in auto: il primo con l'incontro tra
l'uomo e la donna, il secondo immerso solo nei rumori della
strada), forse risiede nell'ineluttabile, seppur inconsapevole,
percepire che quelle creature messe a nudo siamo noi…