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Camel(s) di Park Ki-yong
di Paolo Bertolin

Park Ki-yong ama le camere d'albergo… E le relazioni clandestine… Quattro anni fa molti festival accolsero nei loro programmi Motel Cactus, opera prima di Park, lussuriosamente fotografata da Christopher Doyle, il direttore della fotografia dei film di Wong Kar-wai, che recentemente è stata editata in video dalla e.mik. In quel film Park raccontava di alcune relazioni amorose che avevano avuto quale sfondo la medesima camera di un motel. Con la sua opera seconda, Park torna sul "luogo del delitto", concentrandosi su un'unica relazione clandestina in termini linguistici frontalmente sperimentali.
Un uomo ed una donna, entrambi sulla quarantina, approfittano di un week-end per vivere una relazione extra-coniugale. Si recano in una località turistica di mare, prendono alloggio in una camera d'albergo, mangiano, conversano a lungo, fanno l'amore. Poi, come erano arrivati, se ne vanno e si lasciano. Nulla di più… nulla di meno…
Girato in digitale e in bianco e nero, trasferito in 35mm con l'effetto di una splendida sgranatura della fotografia, Camel(s) investiga con pudica impudicizia la solitudine di due esseri che trovano un precario rifugio nella reciproca infelicità. Attraverso lunghi piani sequenza, eleganti e statici, Park indugia sul nulla di cui si costruisce una relazione umana. Le lunghe conversazioni tra i protagonisti hanno il sapore della banalità del quotidiano e in quanto tali illuminano inauditamente la loro esistenza ed infelicità.
Park mantiene le distanze di chi registra e osserva in maniera entomologica, proponendo quasi un modello etologico di relazione umana. In tal senso poche volte negli ultimi anni s'era vista una scena di sesso dirompente quanto quella che costituisce il perno del film. Con la palpitante discrezione del naturalista che osserva a fiato mozzo il coito di una specie rara, Park blocca la sua macchina da presa a inintrusiva distanza e riprende in tempo praticamente reale il coire sotto le lenzuola dei suoi protagonisti. Una sequenza glaciale che al contempo si eleva sublimemente ai vertici di una poesia del vero.
Una sequenza che rivela pure il senso profondo di un film arduo, non certamente indicato a pubblici diversi da quello dei cinefili incalliti da festival. Lo stile pressoché documentario adottato da Park, presunto mezzo di raggiungimento di una qualche forma di oggettività, viene applicato con rigore a ciò che più dimostra resistenza all'approccio scientifico: comportamenti e soprattutto sentimenti di esseri umani. L'inevitabile contraddizione che sta alla base del suo "esperimento" nondimeno porta alla creazione di un'opera cinematografica disturbante che riproduce, inevitabilmente in maniera fittizia, il posarsi di un occhio alieno su creature altre ed impenetrabili. E il disagio che la visione del film procura, in particolare nelle sequenze di assestamento dell'inizio e della fine (due gelidi lunghi viaggi in auto: il primo con l'incontro tra l'uomo e la donna, il secondo immerso solo nei rumori della strada), forse risiede nell'ineluttabile, seppur inconsapevole, percepire che quelle creature messe a nudo siamo noi…

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