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The Big Swindle di Choi Dong-hun
di Lorenzo Bertolucci

Quello del "con movie", ovvero "film di truffa", è un piacevole sottogenere che, da Colpo grosso di Milestone (poi rifatto da Soderbergh in Ocean's Eleven), ai film di Mamet, all'argentino Nove regine, ha prodotto ingegnosi film d'intrattenimento caratterizzati da trame-puzzle e frequenti colpi di scena.
Il regista e sceneggiatore Choi, qui alla sua opera prima, non fa mistero di aver attinto a piene mani da questi modelli, soprattutto dai prodotti più recenti, commerciali e "cool" quali appunto il film di Soderbergh, con una spruzzata del Bryan Singer de I soliti sospetti e più d'un pizzico dell'immancabile Tarantino de Le iene.
Già nel titolo, The Big Swindle (La grande truffa), sono palesate tutte le intenzioni di Choi: fare un film di truffa, e farlo in grande stile. Il regista conosce bene tutti i cliché del genere, e non ne risparmia nemmeno uno: anzi, li moltiplica e li amplifica, perché la sua swindle deve essere davvero la più grande di tutte.
Ed è proprio questo consapevole riutilizzo di cliché conosciuti che rende divertente ed efficace almeno la prima metà del film; nella prima ora di The Big Swindle conosciamo i personaggi, assistiamo ai preparativi del lucroso inganno, facciamo a gara a indovinare chi sta truffando chi, e in definitiva rimaniamo affascinati dall'abilità di Choi nell'escogitare una trama ingegnosa.
Niente di nuovo, a dire il vero, ma eseguito abilmente e confezionato con professionalità, e con tutti i familiari cliché che ci si possono aspettare, sia nella sceneggiatura che nella regia: una squadra di professionisti della frode simpatici e accattivanti (con tanto di immancabile, epico incedere al ralenty della formazione al completo), una serie di intrighi ben congegnati, doppi giochi assortiti, split screen a profusione, uso virtuosistico di flashback e flashforward.
Un prodotto formalmente ineccepibile che, non c'è dubbio, guarda molto da vicino ai sopraccitati modelli hollywoodiani (non mancano nemmeno sprazzi degli ormai abusati dialoghi "tarantiniani"), ma che certamente raggiunge il suo unico scopo dichiarato: divertire. Purtroppo, però, siamo solo a metà film: e nei restanti 50 minuti, con molti misteri ancora da svelare, Choi decide di giocare d'accumulo. La grande truffa a cui abbiamo assistito, già di per se complessa ed ingegnosa, non era altro che un preludio ad ulteriori truffe e doppi giochi; entrano in scena nuovi personaggi e si svelano (con una certa gratuità, a dire il vero) inaspettati rapporti tra personaggi già conosciuti; gli inganni si susseguono agli inganni, i doppi giochi diventano tripli, quadrupli. E, inevitabilmente, anche lo spettatore più volenteroso inizia a sentirsi come chi, già sazio, scopre che mancano ancora molte portate alla fine della cena.
E' evidente che Choi, più che consapevole della sua capacità di elaborare intrecci ingegnosi e virtuosistici, non ha voluto lesinare su rompicapi e colpi di scena: il risultato arriva a sopraffare i personaggi (molti dei quali non risultano ben caratterizzati né particolarmente interessanti) e la storia stessa, che nei venti minuti finali è decisamente tirata per le lunghe; senza contare che certe situazioni non vengono comunque mai ben risolte e che alcuni personaggi si perdono quasi completamente per strada. E, a voler essere sinceri, uno dei colpi di scena fondamentali era facilmente intuibile sin dai primi minuti.
Del resto è comprensibile: di fronte ad un film che accumula programmaticamente inganni su inganni, lo spettatore arriva a dubitare di tutto ciò che vede, aspettandosi ad ogni istante un improvviso capovolgimento; col risultato che l'inatteso diventa previsto, le intenzioni del film si ritorcono contro se stesse, e affiora la noia.
Un po' più di misura avrebbe senz'altro giovato; Choi Dong-hun è certamente un esordiente abile, ed il suo indubbio seppur ostentato virtuosismo gli è valso la vittoria ai Daejong Awards come miglior regista esordiente e addirittura come miglior sceneggiatore; ma il suo stile è ancora poco personale e troppo innamorato della sua astuzia tutta formale per coinvolgere davvero.

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