Sebbene si possa legittimamente obiettare
che i rulli finali manchino delle scintille d’incisività che
ci si potevano attendere, e che l’avrebbero certo reso memorabile,
Bet On My Disco è un eccellente campionario del disinibito
e fruttuoso flirtare con cattivo gusto e kitsch delle recenti
commedie di produzione coreana.
Rielaborando il suo acclamato corto d’esordio, ‘82, Hae-jeok
Becomes a Disco King, il regista Kim Dong-won ha ammantato
di nostalgia rétro e affezionata ironia la sua rievocazione
della ritardataria onda lunga coreana dell’epidemia della
saturday night fever. Al contempo, con tipica impudicizia
orientale, ha intinto di retrogusto mélo i momenti
di comicità scatologica, concependo almeno un paio di sequenze
memorabilmente in bilico tra esilarante e commovente.
I tre protagonisti del film, Hae-jeok, Sung-ki e Bong-pal,
preferiscono scazzottate e furtarelli alla frequenza delle
lezioni liceali. In seguito ad una rovinosa caduta, il padre
di Bong-pal, è impossibilitato a lavorare. Il figlio ne rileva
quindi l’ingrata professione, che consiste nello scarico dei
liquami dai gabinetti esterni nel quartiere povero, vera e
propria baraccopoli della città. La sorella Bong-ja invece
trova di nascosto lavoro come entraîneuse in un club
molto esclusivo. Un anziano boss malavitoso, riconvertitosi
in gestore di discoteca, mette gli occhi sulla ragazza, che
gli ricorda una mai sopita fiamma di gioventù, e la riscatta,
per farla lavorare al suo servizio. Hae-jeok, che s’era innamorato
della giovane, senza sapere che fosse la sorella dell’amico,
per conquistare l’amata dovrà vincere una competizione di
disco dance. A prepararlo, un personal trainer d’eccezione:
il maestro di ballo Casanova!
Due correnti sotterranee si muovono dietro l’impalcatura di
favola romantica che sostiene lo sviluppo narrativo in Bet
On My Disco. Da un lato, più manifesta, scorre la vena
comica del film, che si alimenta dalla consueta sorgente di
personaggi stravaganti ed irriverentemente ridicoli, nonché
di situazioni convenzionalmente preordinate, ma aperte a guizzi
di inatteso eccesso. Dall’altro, appena celata sotto l’affettuosa
nostalgia, fluisce una risorgiva di accurata descrizione ambientale,
attinta da fonte quasi sociologica. I tre protagonisti provengono
sintomaticamente da classi sociali diverse: Hae-jeok è figlio
di una parrucchiera divorziata; Bong-pal viene da una famiglia
agiata (con gli amici ruba il whisky d’importazione del padre
in viaggio d’affari; la madre ha il buon tempo per dedicarsi
alla passione “proibita” delle lezioni di danza di Casanova);
Bong-pal vive invece la profonda miseria della baraccopoli.
Proprio questo terreno fecondo genera le intersezioni di componente
romantica e melodrammatica.
Saggiamente, il principe azzurro di Bet On My Disco,
Hae-jeok, ha un’estrazione sociale medio-borghese, aspetto
che non sovraccarica la componente cenerentolesca del personaggio
di Bong-ja. Peraltro, quest’ultima, deve esser salvata da
una ben singolare sorte di eroina prigioniera del drago: il
boss non le fa far nulla, è anzi lei che si dà da fare per
guadagnarsi la paga!
Ma ciò in cui Bet On My Disco è davvero impagabile
sono gli istanti in spericolato bilico tra commedia e dramma,
dove non si sa se lacrimare dalle risa o di empatica commozione.
Il primo arriva allorché il padre di Bong-pal sul letto d’ospedale
rimarca con mesto sorriso d’esser quasi morto a causa di un
carico di merda. Il vero apice è raggiunto però quando Bong-pal
(un eccellente Lim Chang-jung, impavido interprete pure di
Sex Is Zero) racconta agli amici la disperata desolazione
di un lavoro umiliante, il cui devastante lezzo penetra sin
nelle ossa.
La malinconia dei clown migliori giustifica le mezze tinte
di un finale che, a sgargianti climax comici, preferisce l’implosione
di una trasognata fuga romantica. Una prerogativa che avvalla
pure le preferenze della critica coreana che ha risolutamente
considerato Bet On My Disco la migliore tra le tante
commedie prodotte nell’annata 2002.