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Bet On My Disco di Kim Dong-won
di Paolo Bertolin

Sebbene si possa legittimamente obiettare che i rulli finali manchino delle scintille d’incisività che ci si potevano attendere, e che l’avrebbero certo reso memorabile, Bet On My Disco è un eccellente campionario del disinibito e fruttuoso flirtare con cattivo gusto e kitsch delle recenti commedie di produzione coreana.
Rielaborando il suo acclamato corto d’esordio, ‘82, Hae-jeok Becomes a Disco King, il regista Kim Dong-won ha ammantato di nostalgia rétro e affezionata ironia la sua rievocazione della ritardataria onda lunga coreana dell’epidemia della saturday night fever. Al contempo, con tipica impudicizia orientale, ha intinto di retrogusto mélo i momenti di comicità scatologica, concependo almeno un paio di sequenze memorabilmente in bilico tra esilarante e commovente.
I tre protagonisti del film, Hae-jeok, Sung-ki e Bong-pal, preferiscono scazzottate e furtarelli alla frequenza delle lezioni liceali. In seguito ad una rovinosa caduta, il padre di Bong-pal, è impossibilitato a lavorare. Il figlio ne rileva quindi l’ingrata professione, che consiste nello scarico dei liquami dai gabinetti esterni nel quartiere povero, vera e propria baraccopoli della città. La sorella Bong-ja invece trova di nascosto lavoro come entraîneuse in un club molto esclusivo. Un anziano boss malavitoso, riconvertitosi in gestore di discoteca, mette gli occhi sulla ragazza, che gli ricorda una mai sopita fiamma di gioventù, e la riscatta, per farla lavorare al suo servizio. Hae-jeok, che s’era innamorato della giovane, senza sapere che fosse la sorella dell’amico, per conquistare l’amata dovrà vincere una competizione di disco dance. A prepararlo, un personal trainer d’eccezione: il maestro di ballo Casanova!
Due correnti sotterranee si muovono dietro l’impalcatura di favola romantica che sostiene lo sviluppo narrativo in Bet On My Disco. Da un lato, più manifesta, scorre la vena comica del film, che si alimenta dalla consueta sorgente di personaggi stravaganti ed irriverentemente ridicoli, nonché di situazioni convenzionalmente preordinate, ma aperte a guizzi di inatteso eccesso. Dall’altro, appena celata sotto l’affettuosa nostalgia, fluisce una risorgiva di accurata descrizione ambientale, attinta da fonte quasi sociologica. I tre protagonisti provengono sintomaticamente da classi sociali diverse: Hae-jeok è figlio di una parrucchiera divorziata; Bong-pal viene da una famiglia agiata (con gli amici ruba il whisky d’importazione del padre in viaggio d’affari; la madre ha il buon tempo per dedicarsi alla passione “proibita” delle lezioni di danza di Casanova); Bong-pal vive invece la profonda miseria della baraccopoli. Proprio questo terreno fecondo genera le intersezioni di componente romantica e melodrammatica.
Saggiamente, il principe azzurro di Bet On My Disco, Hae-jeok, ha un’estrazione sociale medio-borghese, aspetto che non sovraccarica la componente cenerentolesca del personaggio di Bong-ja. Peraltro, quest’ultima, deve esser salvata da una ben singolare sorte di eroina prigioniera del drago: il boss non le fa far nulla, è anzi lei che si dà da fare per guadagnarsi la paga!
Ma ciò in cui Bet On My Disco è davvero impagabile sono gli istanti in spericolato bilico tra commedia e dramma, dove non si sa se lacrimare dalle risa o di empatica commozione. Il primo arriva allorché il padre di Bong-pal sul letto d’ospedale rimarca con mesto sorriso d’esser quasi morto a causa di un carico di merda. Il vero apice è raggiunto però quando Bong-pal (un eccellente Lim Chang-jung, impavido interprete pure di Sex Is Zero) racconta agli amici la disperata desolazione di un lavoro umiliante, il cui devastante lezzo penetra sin nelle ossa.
La malinconia dei clown migliori giustifica le mezze tinte di un finale che, a sgargianti climax comici, preferisce l’implosione di una trasognata fuga romantica. Una prerogativa che avvalla pure le preferenze della critica coreana che ha risolutamente considerato Bet On My Disco la migliore tra le tante commedie prodotte nell’annata 2002.

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