Ardor è la storia di un adulterio;
e forse è questo che stupisce maggiormente, la capacità di
un certo cinema di continuare a coinvolgere e appassionare
con intrecci usati e abusati da tempi immemori. L'approccio
a simili soggetti è reso problematico dal costante rischio
di cadere nel già visto, nella maniera o nella banalità e
riuscire ad aggiungere qualcosa di nuovo e di realmente intenso
ad un genere saturo come pochi altri è un'operazione che va
davvero esaltata. Autrice di questa rara perla è Byun Young-joo,
classe 1966, documentarista di fama internazionale da sempre
acuta osservatrice e investigatrice della donna e della sua
condizione. Per il debutto nella fiction Byun trasporta sul
piano dell'affabulazione tutta la sua sensibilità e il suo
modo di vedere la donna adattando per lo schermo il best seller
coreano The one exceptional day in my life di Jeon
Kyung-lin; ciò che stupisce maggiormente è la capacità di
descrivere in pienezza l'ardore e il sentimento che infiamma
questa relazione extraconiugale. La regista dimostra un'invidiabile
padronanza di tutti gli elementi stilistici e narrativi riuscendo
da una parte a costruire un'atmosfera bucolica e mistica in
cui far nascere, consumare e abortire tragicamente questo
intrepido adulterio e dall'altra a far trasparire con forza
la sua opinione a proposito: "Mi-heun [la protagonista] perde
la sua femminilità a causa dell'infedeltà del marito. La cosa
più importante per lei è diventare nuovamente una donna, e
questo accade quando si innamora di In-kyu [il dottore]. Il
loro amore è intenso e doloroso, condannato da tutti ma io
credo che sia il tipo di amore eccezionale che li fa maturare
maggiormente. L'amore non può essere giudicato. L'amore illecito
è semplicemente un'altra forma di amore intenso ed appassionato
che non può essere negato." Interesse primario della regista
era quello di rappresentare come si deve sentire una donna
in una simile condizione, alla disperata ricerca di qualcuno
che possa (ri)dare un senso a quella vita che credeva felice
accanto a suo marito.
La tematica femminile in Ardor assume particolare pregnanza
dato che è interpretata da una regista donna; in una società
che è stata - e in buona parte ancora è - caratterizzata da
un maschilismo rampante (mondo del cinema compreso), sarebbe
motivo di grande interesse critico, nonché sociologico, poter
raffrontare la figura della donna adultera in Ardor
con personaggi analoghi in opere del trentennio 1960-80 frutto
di un apparato produttivo e realizzativo rigorosamente maschile.
Invitato al prossimo Festival di Berlino, Ardor ha
tutte le potenzialità per rappresentare e magari promuovere
ulteriormente un certo "attivismo cinematografico" femminile
che da qualche anno sta prendendo piede in Corea (e in questo
paese tradizionalmente sessista ciò assume una rilevanza del
tutto particolare); oltre ai due recenti exploit femminili
quali Take Care of My Cat di Jeong Jae-eun e The
Way Home di Lee Jeong-hyang, prova tangibile di questa
realtà emergente è il Women's Film Festival in Seoul
(WFFIS), giunto nel 2002 alla quarta edizione e che di anno
in anno si segnala come importante manifestazione per fare
il punto sulla produzione asiatica femminile e, come recita
il sottotitolo del festival, per "vedere il mondo attraverso
gli occhi delle donne."