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Ardor di Byun Young-joo
di Davide Cazzaro

Ardor è la storia di un adulterio; e forse è questo che stupisce maggiormente, la capacità di un certo cinema di continuare a coinvolgere e appassionare con intrecci usati e abusati da tempi immemori. L'approccio a simili soggetti è reso problematico dal costante rischio di cadere nel già visto, nella maniera o nella banalità e riuscire ad aggiungere qualcosa di nuovo e di realmente intenso ad un genere saturo come pochi altri è un'operazione che va davvero esaltata. Autrice di questa rara perla è Byun Young-joo, classe 1966, documentarista di fama internazionale da sempre acuta osservatrice e investigatrice della donna e della sua condizione. Per il debutto nella fiction Byun trasporta sul piano dell'affabulazione tutta la sua sensibilità e il suo modo di vedere la donna adattando per lo schermo il best seller coreano The one exceptional day in my life di Jeon Kyung-lin; ciò che stupisce maggiormente è la capacità di descrivere in pienezza l'ardore e il sentimento che infiamma questa relazione extraconiugale. La regista dimostra un'invidiabile padronanza di tutti gli elementi stilistici e narrativi riuscendo da una parte a costruire un'atmosfera bucolica e mistica in cui far nascere, consumare e abortire tragicamente questo intrepido adulterio e dall'altra a far trasparire con forza la sua opinione a proposito: "Mi-heun [la protagonista] perde la sua femminilità a causa dell'infedeltà del marito. La cosa più importante per lei è diventare nuovamente una donna, e questo accade quando si innamora di In-kyu [il dottore]. Il loro amore è intenso e doloroso, condannato da tutti ma io credo che sia il tipo di amore eccezionale che li fa maturare maggiormente. L'amore non può essere giudicato. L'amore illecito è semplicemente un'altra forma di amore intenso ed appassionato che non può essere negato." Interesse primario della regista era quello di rappresentare come si deve sentire una donna in una simile condizione, alla disperata ricerca di qualcuno che possa (ri)dare un senso a quella vita che credeva felice accanto a suo marito.
La tematica femminile in Ardor assume particolare pregnanza dato che è interpretata da una regista donna; in una società che è stata - e in buona parte ancora è - caratterizzata da un maschilismo rampante (mondo del cinema compreso), sarebbe motivo di grande interesse critico, nonché sociologico, poter raffrontare la figura della donna adultera in Ardor con personaggi analoghi in opere del trentennio 1960-80 frutto di un apparato produttivo e realizzativo rigorosamente maschile. Invitato al prossimo Festival di Berlino, Ardor ha tutte le potenzialità per rappresentare e magari promuovere ulteriormente un certo "attivismo cinematografico" femminile che da qualche anno sta prendendo piede in Corea (e in questo paese tradizionalmente sessista ciò assume una rilevanza del tutto particolare); oltre ai due recenti exploit femminili quali Take Care of My Cat di Jeong Jae-eun e The Way Home di Lee Jeong-hyang, prova tangibile di questa realtà emergente è il Women's Film Festival in Seoul (WFFIS), giunto nel 2002 alla quarta edizione e che di anno in anno si segnala come importante manifestazione per fare il punto sulla produzione asiatica femminile e, come recita il sottotitolo del festival, per "vedere il mondo attraverso gli occhi delle donne."

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