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Acacia di Park Ki-hyung
di Davide Cazzaro

- ACACIA -

La tua grandiosa e splendente forma porta il sereno…
Un bianco e bellissimo fiore che illumina tutto il mondo…
Il tuo inebriante profumo è vicino all’incanto…
Per proteggere la tua bellezza produci lunghe spine…
Fai diventare più fertile la terra a te intorno …
Sei al mondo la cosa più bella…
 
A te non serve più nulla…
 
A-c-a-c-i-a
  
Per crescere ed allungarti ti sviluppi con egoismo…
Per accogliere gli insetti e le formiche il tuo tronco è ruvido e rugoso…
Il tuo odore tremendo intossica tutti gli spiriti dell’esistenza…
Per la tua terribile indole dal tuo tronco escono lunghe spine
Usi le tue marcie radici per rubare tutto…
Sei la cosa più nauseante al mondo...
 
Tu che non puoi aver amici…
 
A-c-a-c-i-a*


Albero dal legno duro e immarcescibile, dai fiori profumati e dalle spine pericolose, l’acacia presenta sin dall’etimologia della parola un aspetto duplice: il nome deriva dal greco Akakia, che significa candore, innocenza ma Kakia, senza l’alfa privativa, sta per negazione, disposizione al male. Va inoltre ricordato che l’albero, uno dei temi simbolici più ricchi e diffusi, è da sempre simbolo di vita e per questo viene assimilato alla figura materna, alla potenza generatrice. Ed è proprio nel simbolismo dell’albero e nella misteriosa ambiguità dell’acacia che il nuovo lavoro del talentuoso Park Ki-hyung trova i suoi elementi fondanti.
Dopo ben tre anni di assenza il regista firma un’opera che riprende e sviluppa alcuni elementi già apprezzati in Secret Tears; se nel lavoro precedente la famiglia, indicata come elemento oppressivo per la giovane protagonista, non viene mai presentata in maniera diretta, in Acacia il nucleo famigliare ed i suoi delicati equilibri interni catalizzano l’intera vicenda. Park conferma inoltre il suo interesse verso personaggi innocenti e misteriosi e continua a piegare il genere horror a servizio delle sue personalissime storie; per nulla interessato a spaventare e impressionare il pubblico (a meno di un paio di concessioni ai cliché del genere che sembrano andare nella direzione opposta) il regista ha dichiarato di trovare nell’horror i presupposti migliori per narrare storie molto intime e introspettive. Straordinariamente diretto – l’intero racconto procede per microsequenze scandite da dissolvenze a nero cui si inserisce nel prefinale il flashback che rivela l’azzeccata ellissi narrativa – Acacia conferma le doti visionarie di Park, capace di calibrare ogni sequenza sul contrasto cromatico tra il bianco (l’innocenza, il colore dei fiori d’acacia) e il rosso (il male, il sangue, il colore dei memorabili gomitoli di lana). Il film inoltre si distingue per l’interessante impiego di elementi della tradizione colta europea (cosa abbastanza inusuale per una produzione coreana), in particolare le solitarie e sinistre melodie della prima e quarta Gnossienne di Erik Satie evocano al meglio l’atmosfera dell’opera e il richiamo a Il Grido di Munch pone in perfetta antitesi il caratteristico pathos esasperato delle opere più celebri del pittore con la mancanza d’affetto verso il giovane protagonista.
Snobbato dal pubblico e soprattutto dalla critica che l’ha sbrigativamente liquidato come ennesimo pastiche di horror e mistero (forse dimenticando che è diretto da colui che con il suo debutto ha in qualche modo riavviato la produzione di film horror in Corea), Acacia va invece segnalato nella produzione coreana contemporanea come acuta e originale reinterpretazione del genere.

*Introduzione al press book del film. Traduzione dal coreano di Enrico Mazzoleni e Kim Yu-eun

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