La tua grandiosa e splendente forma porta il sereno…
Un bianco e bellissimo fiore che illumina tutto il mondo…
Il tuo inebriante profumo è vicino all’incanto…
Per proteggere la tua bellezza produci lunghe spine…
Fai diventare più fertile la terra a te intorno …
Sei al mondo la cosa più bella…
A te non serve più nulla…
A-c-a-c-i-a
Per crescere ed allungarti ti sviluppi con egoismo…
Per accogliere gli insetti e le formiche il tuo tronco è ruvido
e rugoso…
Il tuo odore tremendo intossica tutti gli spiriti dell’esistenza…
Per la tua terribile indole dal tuo tronco escono lunghe spine
Usi le tue marcie radici per rubare tutto…
Sei la cosa più nauseante al mondo...
Tu che non puoi aver amici…
A-c-a-c-i-a*
Albero dal legno duro e immarcescibile, dai fiori profumati
e dalle spine pericolose, l’acacia presenta sin dall’etimologia
della parola un aspetto duplice: il nome deriva dal greco
Akakia, che significa candore, innocenza ma Kakia,
senza l’alfa privativa, sta per negazione, disposizione al
male. Va inoltre ricordato che l’albero, uno dei temi simbolici
più ricchi e diffusi, è da sempre simbolo di vita e per questo
viene assimilato alla figura materna, alla potenza generatrice.
Ed è proprio nel simbolismo dell’albero e nella misteriosa
ambiguità dell’acacia che il nuovo lavoro del talentuoso Park
Ki-hyung trova i suoi elementi fondanti.
Dopo ben tre anni di assenza il regista firma un’opera che
riprende e sviluppa alcuni elementi già apprezzati in Secret
Tears; se nel lavoro precedente la famiglia, indicata
come elemento oppressivo per la giovane protagonista, non
viene mai presentata in maniera diretta, in Acacia
il nucleo famigliare ed i suoi delicati equilibri interni
catalizzano l’intera vicenda. Park conferma inoltre il suo
interesse verso personaggi innocenti e misteriosi e continua
a piegare il genere horror a servizio delle sue personalissime
storie; per nulla interessato a spaventare e impressionare
il pubblico (a meno di un paio di concessioni ai cliché del
genere che sembrano andare nella direzione opposta) il regista
ha dichiarato di trovare nell’horror i presupposti migliori
per narrare storie molto intime e introspettive. Straordinariamente
diretto – l’intero racconto procede per microsequenze scandite
da dissolvenze a nero cui si inserisce nel prefinale il flashback
che rivela l’azzeccata ellissi narrativa – Acacia conferma
le doti visionarie di Park, capace di calibrare ogni sequenza
sul contrasto cromatico tra il bianco (l’innocenza, il colore
dei fiori d’acacia) e il rosso (il male, il sangue, il colore
dei memorabili gomitoli di lana). Il film inoltre si distingue
per l’interessante impiego di elementi della tradizione colta
europea (cosa abbastanza inusuale per una produzione coreana),
in particolare le solitarie e sinistre melodie della prima
e quarta Gnossienne di Erik Satie evocano al meglio
l’atmosfera dell’opera e il richiamo a Il Grido di
Munch pone in perfetta antitesi il caratteristico pathos esasperato
delle opere più celebri del pittore con la mancanza d’affetto
verso il giovane protagonista.
Snobbato dal pubblico e soprattutto dalla critica che l’ha
sbrigativamente liquidato come ennesimo pastiche di horror
e mistero (forse dimenticando che è diretto da colui che con
il suo debutto ha in qualche modo riavviato la produzione
di film horror in Corea), Acacia va invece segnalato
nella produzione coreana contemporanea come acuta e originale
reinterpretazione del genere.
*Introduzione al press book del film. Traduzione
dal coreano di Enrico Mazzoleni e Kim Yu-eun