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Ferro 3 di Kim Ki-Duk
di Caterina D'Amico*

Tae-suk entra nelle case altrui quando i proprietari sono assenti e vive le loro vite per qualche ora, per poi sparire senza portar via nulla. Un giorno s'imbatte in Sun-hwa, una donna triste che lo osserva silenziosa mentre si prende cura della sua casa: tacita e immediata scatta la complicità tra i due. Tae-suk la difende da un marito violento e possessivo e lei lo segue senza chiedere spiegazioni. L'amore si manifesta gradualmente di casa vuota in casa vuota, ma la realtà ostile irrompe con violenza: Sun-hwa si rifugia nella nostalgia, conserva i loro gesti condivisi e aspetta, mentre Tae-suk impara a diventare invisibile per amarla liberamente.
È la storia di due silenzi complici che si ritagliano uno spazio di levità sconfinante nel sogno, e le scelte narrative sono nitide e precise fin dall'inizio. Nella prima inquadratura si vede una rete in cui vengono ripetutamente scagliate delle palline da golf e, dopo uno stacco, parte il racconto del peregrinare di Tae-Suk per le case altrui. L'incipit e il titolo del film focalizzano subito l'attenzione su quelli che saranno i due elementi portanti di questa storia, il golf e le case vuote, fondamentali sia nel dipanarsi dell'intreccio, ovvero nell'unire i personaggi, che nel significarli.
È una questione di simboli: Sun-hwa è una casa vuota che attende qualcuno che trovi il modo di entrarvi e ridarle vita, una solitudine che attende di essere penetrata e dissipata.
E poi c'è la mazza da golf da cui Tae-suk non si stacca mai - il ferro 3 del titolo -, difficile da maneggiare e perciò poco usata, metafora anch'essa di una solitudine e di un modo di vivere inconsueto: Tae-suk è un outsider, una sorta di folletto apolide che nelle case altrui cura le piante, lava la biancheria, ripara gli elettrodomestici, restituendo così vita e senso a un quotidiano obliato e atrofico. Condividendo questi gesti, i due protagonisti ritrovano un vivere intenso e tuttavia immune da zavorre, fatto di cura di sé e dell'altro e di presenza nelle cose, ma, per affermarlo, devono rompere un ordine incancrenito, e la mazza da golf, con cui Tae-suk difende Sun-hwa dal marito, è anche e soprattutto la violenza che ogni rottura porta con sé.
Per mettere in scena questo delicato sodalizio tra due solitudini, Kim Ki-duk sceglie sguardi e silenzi pregnanti, essenza di un cinema di asciutta densità, un cinema che racchiude universi in una sola inquadratura: per asciugare le lacrime di Sun-hwa, Tae-suk le mette la musica e le fa trovare a terra dei vestiti colorati; ripetutamente, nel corso del film, Sun-hwa si oppone con il corpo, senza dire una parola, alla mazza da golf di Tae-suk e alla violenza con cui lui affronta la realtà. Gesti concreti che valgono più di mille parole. Bastano le immagini, nitide e sensuali, ad illuminare questo canto dell'amore perfetto, in cui i silenzi non sono vie di fuga, in cui l'agire prevale sul parlare vano, e in cui l'uno abbraccia completamente la vita dell'altro senza nulla chiedere.
Alla fine l'approccio violento alla realtà cede il posto ad un'aerea invisibilità e ciò è sottolineato dall'evoluzione del linguaggio. La scena del ritorno di Tae-suk è girata in una soggettiva fluttuante e l'ultima inquadratura mostra i piedi dei due protagonisti intrecciati sulla bilancia che segna zero: Kim Ki-duk chiude il suo inno alla leggerezza sfumando nella rarefatta rappresentazione di un desiderio.

* Recensione vincitrice del Premio Adelio Ferrero 2005 riprodotta per gentile concessione dell'autrice, dell'organizzazione del Premio e della rivista Cineforum.

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