A volte è stupefacente notare come la gente
si costruisca una serie di regole, dogmi, piccoli o grandi
(e fittizi) assoluti in modo da poter avere un controllo pressoché
totale sulla propria vita, in modo da poter sfuggire in maniera
sicura e senza possibilità di equivoco il concetto di dolore,
finanche ogni imprevisto che possa avere a che fare con il
dolore.
Mi sembra che 301, 302 si origini proprio da una riflessioni
su questi temi: due donne si sono imposte una serie di regole
in modo da poter tenere salde tra le proprie mani le loro
esistenze, in modo da aver poche ma indiscutibili sicurezze
nella cui fonte immergersi ogni giorno senza indugio. Due
donne, due vicine di casa, apparentemente agli antipodi, che
hanno scelto di far scandire il tempo delle loro vite a regole
diversissime, eppure due donne così simili nella dedizione
che mettono nel rispetto di tali regole. Una è votata principalmente
a due occupazioni: cibo e sesso. Soprattutto la prima di queste
due attività viene svolta con zelo maniacale. La donna, espertissima
cuoca, tiene addirittura un diario dove annota le ricette
che di giorno in giorno prepara e la sua casa è praticamente
un monolocale adibito a cucina. La dirimpettaia è, come detto,
almeno apparentemente, agli antipodi. Timida e solitaria,
questa giovane scrittrice rifiuta tutto ciò su cui l’altra
ha fondato la propria esistenza. A causa di gravi abusi subiti
durante l’infanzia, infatti, la giovane non è in grado né
di ingerire cibo né di avere rapporti sessuali e vive praticamente
segregata in casa, nel suo appartamento privo di cucina.
Fatalmente queste due follie accuratamente programmate, queste
due solitudini che appaiono così diverse, vengono a collidere
quando le due donne diventano vicine di casa. Le conseguenze
sono devastanti e irreversibili.
Park Chul-soo ci trasporta con mano sicura e abile all’interno
di quella che pian piano si rivela come una tragedia macabra
e disturbante. Attorno al rapporto delle due donne con il
cibo, emerge lentamente il fatto che le due giovani non sono
altro che le facce di una stessa medaglia, due esseri che
hanno sacrificato la propria esistenza ad una follia lucida
ed autodistruttiva, due esseri destinati ad incontrarsi. Esse
sono due entità che, come lo stesso regista fa intendere (ma
che con scelta felice decide di non esplicitare), sono destinate
ad amarsi, a completarsi vicendevolmente, diversissime ma
intimamente così uguali. Ed ecco allora che la repulsione
tra le due è talmente forte da diventare amore e, viceversa,
l’amore che le lega è tale da confluire nell’odio e nella
repulsione. L’unica inevitabile via percorribile in un tale
rapporto è la fusione, il diventare una cosa sola. Questa
è l’unica salvezza per entrambe le donne. Ed è proprio nella
catarsi finale che si verifica quanto detto, nella scelta
della timida ed anoressica scrittrice di immolarsi, di farsi
cucinare (di tramutarsi quindi per amore in tutto ciò che
aveva sempre rifiutato) e mangiare dalla propria amante, di
diventare tutt’uno con lei e di liberarsi definitivamente
dei propri fantasmi.