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301, 302 di Park Chul-soo
di Luca Sella

A volte è stupefacente notare come la gente si costruisca una serie di regole, dogmi, piccoli o grandi (e fittizi) assoluti in modo da poter avere un controllo pressoché totale sulla propria vita, in modo da poter sfuggire in maniera sicura e senza possibilità di equivoco il concetto di dolore, finanche ogni imprevisto che possa avere a che fare con il dolore.
Mi sembra che 301, 302 si origini proprio da una riflessioni su questi temi: due donne si sono imposte una serie di regole in modo da poter tenere salde tra le proprie mani le loro esistenze, in modo da aver poche ma indiscutibili sicurezze nella cui fonte immergersi ogni giorno senza indugio. Due donne, due vicine di casa, apparentemente agli antipodi, che hanno scelto di far scandire il tempo delle loro vite a regole diversissime, eppure due donne così simili nella dedizione che mettono nel rispetto di tali regole. Una è votata principalmente a due occupazioni: cibo e sesso. Soprattutto la prima di queste due attività viene svolta con zelo maniacale. La donna, espertissima cuoca, tiene addirittura un diario dove annota le ricette che di giorno in giorno prepara e la sua casa è praticamente un monolocale adibito a cucina. La dirimpettaia è, come detto, almeno apparentemente, agli antipodi. Timida e solitaria, questa giovane scrittrice rifiuta tutto ciò su cui l’altra ha fondato la propria esistenza. A causa di gravi abusi subiti durante l’infanzia, infatti, la giovane non è in grado né di ingerire cibo né di avere rapporti sessuali e vive praticamente segregata in casa, nel suo appartamento privo di cucina.
Fatalmente queste due follie accuratamente programmate, queste due solitudini che appaiono così diverse, vengono a collidere quando le due donne diventano vicine di casa. Le conseguenze sono devastanti e irreversibili.
Park Chul-soo ci trasporta con mano sicura e abile all’interno di quella che pian piano si rivela come una tragedia macabra e disturbante. Attorno al rapporto delle due donne con il cibo, emerge lentamente il fatto che le due giovani non sono altro che le facce di una stessa medaglia, due esseri che hanno sacrificato la propria esistenza ad una follia lucida ed autodistruttiva, due esseri destinati ad incontrarsi. Esse sono due entità che, come lo stesso regista fa intendere (ma che con scelta felice decide di non esplicitare), sono destinate ad amarsi, a completarsi vicendevolmente, diversissime ma intimamente così uguali. Ed ecco allora che la repulsione tra le due è talmente forte da diventare amore e, viceversa, l’amore che le lega è tale da confluire nell’odio e nella repulsione. L’unica inevitabile via percorribile in un tale rapporto è la fusione, il diventare una cosa sola. Questa è l’unica salvezza per entrambe le donne. Ed è proprio nella catarsi finale che si verifica quanto detto, nella scelta della timida ed anoressica scrittrice di immolarsi, di farsi cucinare (di tramutarsi quindi per amore in tutto ciò che aveva sempre rifiutato) e mangiare dalla propria amante, di diventare tutt’uno con lei e di liberarsi definitivamente dei propri fantasmi.

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